Il primo LP dei Downflyers si misura in hertz: ecco a voi Frequency

Frequency rappresenta la prima pietra miliare dei bresciani Downflyers. Un’ipotetica sintesi degli sforzi profusi negli anni. Scopriamo assieme di cosa si tratta e, soprattutto, come suona.

Disponibile dal 27 Aprile scorso in duplice formato, CD e digitale, Frequency è il primo album full length della band bresciana Downflyers.

Non si tratta di un vero e proprio esordio per il quartetto. Frequency è stato preceduto da ben due EP: Meet You e Love & Curses; rispettivamente del 2011 e 2015. Produzioni di cui, ahimé, ignoravo l’esistenza.

Il dado è ormai tratto. Avvio quest’avventura con la consapevolezza di non sapere a cosa vado incontro. Le premesse tuttavia sono gustose, infatti, le dieci tracce che compongono il disco sono da considerarsi quali “atti” di un’unica sceneggiatura. Tutta la parafrasi per non dire “concept”. Chi è il protagonista e quali saranno le sue vicissitudini lo scopriremo più avanti. Per adesso ci basta sapere che nel piatto ci sono elementi variegati ma, in sostanza, siamo di fronte ad una pietanza dal sapore decisamente “rock melodico”, “punk anni novanta” (con vena malinconica) e “alt rock alla Thirty Seconds to Mars”. Molto orecchiabile, in primis.

 Pigiamo “play” e vediamo cosa succede.

Al pronti via c’è Frequencies. Un forte richiamo – al plurale – del titolo dell’opera. Altro non è se non una intro un po’ più corposa del solito che, soprattutto dal testo, fa da preludio e didascalia a quel che sarà la storia di Grey, primo attore del racconto dei Downflyers. Dal punto di vista della musica, tutto si basa sull’utilizzo di suoni, samples e campionamenti, con la chiara distinzione di suoni gravi che rappresentato i battiti di un cuore che nasce.

Lasciata alle spalle l’introduzione scenica, segue Heartbeat che, invece, parte a razzo. Un cambio di registro preannunciato e dovuto che si immola sull’altare dell’immediatezza. Cala leggermente sulla strofa ma l’uso delle doppie voci è interessante e funge da efficace riempitivo. In opposizione di intenti la linea melodica delle tastiere (pad? fateci sapere) rispetto al contesto: la prima tende al cupo; il resto all’allegro (inteso “sostenuto”).

Le fase iniziale di Obey è fuorviante. Pare lanciarsi come il più banale dei pezzi estivi, cassa in quattro e aria di festa. La scena cambia parzialmente con l’ingresso della voce e si “ricomporrà” del tutto al termine della prima strofa. Si manifesta la tendenza alla composizione ritornello-centrica, sostenuta da frasi forse troppo orecchiabili e l’uso di fasi corali che molti percepiranno come “familiari”. Nonostante ciò la struttura funziona e il risultato è godibile. Ho apprezzato la variazione (breve) sul finale e il flanger sul charleston (almeno credo, non ho un orecchio sopraffino).

Mentre scorre la riproduzione, si intuisce chiaramente che il fattore predominante di Frequency è la necessità di immediatezza, lo ripeto. Un punto a favore. And His Name Is Anthem è volutamente un inno, idealizzato in quanto tale, doppiamente propedeutico. Per la narrazione, soprattutto, ma anche come dettaglio musicale.

Times New Romance è lo scenario ideale per lasciare spazio anche alla seconda voce, che qui si ritaglia momenti più ampi. Anche se nessuna delle due può vantare un’estensione o un timbro particolarmente interessante, la cooperazione porta con sé risultati notevoli in rapporto al fine ultimo, ovvero, il contesto. La capacità di contestualizzare dei Downflyers è, a mio avviso, la vera e propria scialuppa di salvataggio quando le cose tendono ad appiattirsi. Tornando alla canzone, la batteria è qui vera solista nella concezione ritmica e non solo. Riesce ad imporsi in modo coerente e mai banale, nei “vuoti concettuali” che gli altri strumenti si lasciano scappare di tanto in tanto.

Downflyers

Dai tratti punk di moderna concezione, o alternative in chiave passata (ormai), è il guizzo che Funeral Of Me fornisce all’ascoltatore. Al giro di boa devo constatare che l’impianto compositivo è forzosamente auto imposto e pressoché uguale per la maggior parte delle canzoni: partenza sparata con voce, strofa-ritornello, strofa-ritornello, variazione sulla trequarti, ritornello. La cosa di per sé è perfettamente integrata nei crismi di una struttura comune di “canzone”, e per un’opera che definisco ritornello-centrica è tatticamente ineccepibile come scelta. Tuttavia, in questo modo, svanisce quasi del tutto il fattore sorpresa. Alcuni non saranno mai pronti a rinunciarci.

Per fortuna ci viene in soccorso We Won’t Be Afraid/Interlude che, alla numero sette, spariglia le carte in tavola e impone una sferzata decisiva, anche se transitoria, al disco. Si è fatta attendere ma la apprezziamo comunque. Un pezzo che nasce in funzione del suo ruolo specifico all’interno del concept. Chiave di volta.

Giungiamo dunque a Bleeding Skies, singolo estratto ai fini promozionali, di cui è stato girato anche un video. Corale, attuale, melodico, orecchiabile, il sunto perfetto di Frequency. Funziona.

Segue Silence, gli animi si acquietano. Il brano rincorre un andamento più omogeneo in quanto a dinamiche, ideale per lanciare la volata al pezzo che chiude l’LP.

The Road So Far (Don’t Die Here) più che un “the end”, sembra essere un “coming soon”. La sensazione che la faccenda non sia del tutto conclusa. In linea con i suoi predecessori, è un brano che lascia grandi sensazioni sfruttando enormemente la vena melodica azzeccata del pre-ritornello e del ritornello, voce e riff. Paraculi ma bravi a giocare bene le proprie qualità i Downflyers. Bisogna dargliene atto.

Questo è quanto per quel che concerne “l’orecchio”. Vediamo cosa ne pensa “la testa”.

Metafore da incubo a parte, veniamo al fattore “letterario”.

Come detto in principio, Frequency è un concept. Secondo me la vera marcia in più rispetto alla forma suonata. Per non essere troppo prolisso sulla questione, mi limito a riportare i tratti principali del racconto, pari pari a quanto appreso dal press-kit [che chi mi legge (chi mi legge?) sa che sfogliarli è il mio più grande divertimento, ovviamente dopo l’ascolto dei dischi]. In tal modo, mentre si ascolta l’album, è possibile figurare gli interpreti dietro le note: “Grey è il protagonista di un viaggio immaginario che lo vedrà via via liberarsi dai condizionamenti del mondo del Silenzio grazie all’amore per la musica (rappresentata dalla ribelle Queen) e al coraggio infuso da un leader folle, visionario e carismatico (Anthem), che incontrerà sulla sua strada e che gli ricorderà l’importanza di godere a pieno di ogni momento, di ogni respiro.”

Aggiungo che, pur non essendo di fronte alla Aida del buon “Peppino nazionale”, è un lavoro fatto con criterio e giuste idee. Vale la pena recuperare i testi per leggerli, qualora fosse necessario. Un album che si incastra in pochi punti, che è possibile fruirne d’un fiato senza farsi venire tante angosce. La forma improntata sull’orecchiabilità e la melodia abbastanza accentuata funziona a meraviglia, e questo non è punibile con alcuna critica (anche se legittima).

La classica “schitarrata” in funzione di un concetto più profondo è ben oliata e l’ingranaggio va che è un piacere. Avrei voluto avere più parole da spendere anche per la sessione di basso ma, sia la concezione guitar-oriented dello strumento che la momentanea impossibilità di usufruire di un supporto audio all’altezza, non me l’hanno permesso. Sulla fiducia ti dico, caro bassista: “vai amico mio, in questo caso non bisogna essere un Billy Sheehan”. Con affetto, s’intende.

 I Downflyers sono 

Fede (Chitarra e voce) | Matteo  (Basso e voce) | Luca (Batteria) | Michele (Chitarra ed elettronica) 

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Mario Aiello

Il primo LP dei Downflyers si misura in hertz: ecco a voi Frequency ultima modifica: 2018-06-25T13:19:58+00:00 da Mario Aiello