Zeffjack: Friendless è il primo LP che “suonato è meglio”

Friendless, primo LP degli Zeffjack, spacca in due le sensazioni di chi ascolta. Da un lato, solido coinvolgimento, dall’altro voglia di fuga. Che il secondo non sia più incombente del primo è puramente una questione di gusti personali.

Salve a tutti! Dunque, oggi parlo un po’ del primo LP dei Zeffjack. Si intitola Friendless e, seppur fosse “senza amici”, di sicuro ha i (pro)genitori, ovvero La Cura Del Freddo (2008) e La Stagione Delle Piogge (2011). Due extended play questi ultimi, fieramente (almeno credo) autoprodotti. Il titolo del disco preannuncia una sensazione di fondo che tende al malinconico. Senza pregiudizi, la cosa verrà comunque fuori durante lo scorrere delle dieci tracce, tutte strumentali, che, in piena atmosfera new wave con chitarre distorte, accompagnano il curioso ascoltatore.

Disponibile già dallo scorso Aprile, l’album è prodotto dalla Rocketman Records.

Non starò qui a ripetere mille volte il termine “new wave”, in parte perché sarebbe moderatamente fuorviante o riduttivo, né cercherò di continuo parole di rimando a generi o artisti noti, al fine di identificare una sonorità, una sensazione nata dalle note. Ovviamente sarebbe altresì inutile edificare una sceneggiatura che contestualizzi il lavoro dei Zeffjack. Magari più avanti capiremo il motivo, soprattutto perché l’opera punta tutto sul riflesso veicolato dallo stato d’animo. Tuttavia, per quanto ritenga doveroso tracciare delle linee guida, è vero anche che non sempre risulti necessario, a volte persino arduo riuscire a fornirne di significative.

Proseguiamo con la consueta analisi traccia per traccia? Non proprio…

Partendo dal fatto che ci troviamo di fronte ad un trio, ma che dico trio, nell’ambiente quando tre tizi suonano chitarra, basso e batteria in un gruppo, assumono la forma tecnico-tattica di “power trio”. Come fu per i vari Frank Gambale, Eric Clapton e Jimi Hendrix, volendo citare solo i chitarristi dei rispettivi “trio”.

All’atto pratico, però, in Friendless tutti riconosceranno determinati elementi che vanno a sommarsi ai canonici strumenti sopra citati. Tali fattori si pongono lievemente in contrasto con lo slogan della band, che condivido pienamente: “suonato è meglio”. Nonostante questo, anche i più integralisti non faranno fatica a comprendere che qualche chitarra sovra incisa, una manciata di suoni nudi e crudi a contorno, e persino alcune parole biascicate, sono mattoni essenziali alla costruzione dell’opera che, lo ricordo, è strumentale e finalizzata alla “sensazione personale”.

Mont Blanc è il biglietto da visita dei Zeffjack. Basso leggermente distorto e arpeggi di chitarra su due note sono le caratteristiche che restano impresse sulle prime battute. Senza malizia, il poco che diventa “maturo”: sai bene che ciò che stai sentendo non basta praticamente a nulla, eppure l’immagine musicale che ne deriva è saldamente formata, solida e “totale”. Tutto questo in tre minuti e mezzo.

Arnold Press è un pizzico più aggressiva, accenti sincopati sul finale e qualche obbligato con pause che danno ritmo mitigando il climax arrabbiato ma pur sempre cupo.

Poretti Party nel mio immaginifico è l’omaggio al luppolo fermentato. Un’ode alcolica di cui è stato prodotto anche un video. Si distingue un riff di chitarra che tende ad accentuare il salto di ottava mentre, verso metà brano, si fa strada una melodia più distinta che si eleva a ruolo trasversale di vera e propria “voce”.

Starting Light, prendendola con le molle la definirei quale concezione simil-soundtrack presa da un american movie. Brano fortemente orientato sugli arpeggi di chitarra, costanti. Si percepisce un senso oscillatorio, non so come spiegarlo, che comunque riesce a lasciare una frazione di spazio per un fugace drum & bass in stile marcia. Segue St. Anthony’s Fire, rockeggiante.

Zeffjack

Con Demo Cemetery si abbassano le dinamiche, quel poco che basta per non perdere il piglio. Il riff principale del pezzo è letteralmente “multiuso”, nel senso che da lì si districano anche le interpretazioni degli altri strumenti. Il brano più lungo dei Zeffjack è anche quello con maggiori diversificazioni. Prolisso sul finale quando, in definitiva, non c’era più nulla da dire. Si accoda Deep Impact che, a parte vaghe reminiscenze della pellicola col buon Robert Duvall, non ha molto da offrire se non qualche armonizzazione sulle chitarre ed un breakdown interessante.

Modalità vena polemica (non del tutto fondata) ON: California Butterfly è la traccia numero otto di Friendless. Otto. Comincio, da ascoltatore, a sentire forte dentro di me la necessità che qualcosa cambi in fretta. Nonostante la durata breve dei pezzi, non è facile approcciarsi in modo propositivo alla riproduzione intera dell’album. L’estremo opposto costituito dalle suite da venti minuti dove tutto cambia ogni trenta secondi. Opposte sì, ma sullo stesso “orizzonte”.

Smuove qualcosina nella forma la schitarrata di Number Nine, assieme ad una timida voce che sussurra proprio “number nine”, in ricordo dei Beatles e la loro Revolution 9.

Chiude i giochi Fade Out, non poteva essere altrimenti. Un riff persistente che si scosta di lato solo dopo un centinaio di secondi. Peccato. Forse l’insistenza di alcuni suoni, determinati motivi, non ha favorito un ascolto meno vincolato e vincolante. Non sono riuscito in alcun modo a decifrare le voci che appaiono a contorno.

Un inatteso, quanto malvoluto giudizio personale.

L’album dei Zeffjack nasce carico di buoni propositi ed è facile per chiunque trovare il modo di scovarli e distinguerli. Tuttavia, la maggior parte dei buoni propositi intuiti, si infrange contro il muro della monotonia dell’esecuzione. La chiave di volta sta tutta nel fattore passionale. Loro stessi si sono posti l’obiettivo di non relegare la produzione al solo fine di musica di accompagnamento, o più banalmente di sottofondo. Nonostante le caratteristiche per questo fine le abbiano tutte (ed anche di più), probabilmente per questo scopo sarebbero servite forse altre idee, ulteriori fantasie, strutturate e distribuite all’interno del disco in modo diverso e variegato. La batteria è debole e in alcuni frangenti non si esprime all’altezza degli altri componenti.

Pur comprendendo in pieno l’enorme difficoltà di partorire (e proporre) un disco del genere, permangono dei piccoli dubbi sull’arrangiamento della sezione ritmica. Nell’insieme non ha alcun peso rilevabile, intendiamoci, ma ad un ascolto più attento e grazie ad una presa perfetta degli strumenti (complimenti allo studio di registrazione), inficia sul risultato finale che poteva essere “formalmente” ineccepibile.

Leggo, inoltre che la band ha ideato Friendless partendo da sessioni di improvvisazione. Pur essendo un grande estimatore del flusso di coscienza, ritengo che l’esperimento sia riuscito solo parzialemente. Come esercizio di stile è da applausi, ma la qualità espressa non ha trovato il giusto riscontro in quanto a godibilità generale. Catalizzare l’attenzione del pubblico e tenerla alta per tutta la durata di un disco è cosa rara anche per i grandi musicisti. Forse unica.

La questione, però, si risolve completamente a favore dei Zeffjack se la discriminante di chi ascolta è focalizzata su una pura questione emotiva. Prima ho parlato di stati d’animo, bene, col giusto stato d’animo, appunto, si entra subito in sintonia con la musica. Tanto basta a creare la simbiosi perfetta, sorvolando su alcune “disattenzioni” percettibili (forse) solo dalla categoria dei “pignoli esauriti”, che io rappresento.

 

Concludo parafrasando la celebre chiosa della mia “collega” redattrice Assunta, in un audace crossover di intenti: “e dal settimo (?) piano è tutto”.

Zeffjack

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Mario Aiello

Zeffjack: Friendless è il primo LP che “suonato è meglio” ultima modifica: 2018-06-04T12:53:34+00:00 da Mario Aiello