La guerra dimenticata di Giuseppe Russo

Siamo in compagnia di Giuseppe Russo per parlarvi del suo “La guerra dimenticata (I caduti di pietra – Storia di una regione in cui cadde anche la cultura)”. Non il solito libro insomma, dal taglio più storico. Discutiamone con l’autore.

Giuseppe Russo

Chi è Giuseppe Russo, l’autore di questa “storia diversa”?

Domanda difficile. Credo di essere un normalissimo cittadino che crede nella cultura e nella bellezza di questo Paese. Nel mio piccolo, quindi, con le ricerche e la voglia di usare un linguaggio divulgativo più dinamico, racconto la storia dimenticata del nostro passato.

Com’è nata la trilogia de “I caduti di pietra” di Giuseppe Russo?

L’idea è nata durante gli studi universitari e la stesura della tesi. Foto, giornali, fonogrammi e tanti documenti di un passato che combaciavano con ciò che mio padre raccontava. Un mosaico, vero e vivido, che raccontava una “storia diversa” rispetto ai testi ufficiali, quelli dei programmi scolastici ed accademici. Insomma mi sono imbattuto in una nuova  verità che spiega perfettamente, attraverso gli occhi dei beni culturali coinvolti nella Seconda guerra mondiale, la quotidianità di oggi in Italia e, ancor più precisamente, quella dei problemi del sud e della sempre vituperata Napoli.

Focus sulla Seconda Guerra Mondiale

Una frase, caro Giuseppe, che colpisce chi visita il sito ufficiale del tuo progetto è “…gli anni della guerra in Campania furono tre volte più devastanti che nel resto d’Italia. Non caddero solo militari e civili. Caddero anche le pietre angolari della nostra cultura…”. Ti va di spiegarci il senso di questa frase?

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Campania fu stretta nella morsa degli eventi e degli eserciti e, purtroppo, usata come capro espiatorio per abbattere con la paura il morale dell’intero Paese e vincere il conflitto.  Napoli, in particolare, con tutto il suo ricco tessuto culturale, artistico, industriale, paesaggistico e folkloristico, fu prima deturpata dai bombardamenti inglesi, poi si ritrovò a subire le devastanti ritorsioni naziste seguite al famoso armistizio segreto con gli angloamericani e, dopo aver subito pesantissimi attacchi aerei prima dello sbarco a Salerno, fu addirittura “violentata” nei beni più cari dall’ingombrante presenza degli eserciti multietnici degli Alleati.

In tutti questi episodi, durante i quali ovviamente perirono militari e civili innocenti, la Campania subì devastazioni tremende alle proprie tradizioni, ai propri archivi, ai caffè storici, ai beni sportivi di cui ancora oggi si sente la mancanza, ai parchi, alle regge, alle chiese, alle madonne, al tessuto industriale, ovvero a tutto ciò che componeva, e ancora oggi compone, l’essenza di una vita civile e normale: i beni culturali e le tradizioni locali.

A Napoli, città più bombardata d’Italia, furono cancellati interi settori dell’economia, da quella sportiva a quella del cinema e si avviò, tremendamente, il crollo verticale di tutto il sud rispetto al nord del Paese. Una grande parte dei ritardi che oggi accusiamo rispetto al resto d’Italia è conseguenza diretta dei bombardamenti, delle ritorsioni naziste e dell’occupazione angloamericana.

Una tragedia che non viene raccontata perché, sostanzialmente, bisogna cambiare la prospettiva d’analisi. È ciò che ho fatto partendo proprio dall’amore per i beni culturali, e quello che ne è uscito fuori è davvero sconcertante.

Le passioni di Giuseppe Russo

Leggendo le pagine del tuo libro si nota subito la tua grande passione per la Storia e per i  suoi dettagli. Da dove nasce la passione per la scrittura e per questi argomenti?

Cerco di sintetizzare ma sicuramente ometterò parti importanti. La storia vissuta da mio padre durante i bombardamenti, nonché lo sbarco alleato in Sicilia e l’occupazione della Campania, sono parti fondamentali della mia storia familiare. La sua partecipazione alla ricostituzione delle forze armate, le foto di famiglia nei cassetti, i racconti dei nonni, nonché quelli della ricerca di cibo durante i bombardamenti, rappresentano gli episodi che hanno alimentato la mia sete di conoscenza storica.

La ricerca delle radici familiari, quindi, ha acceso in me la necessità di rileggere la storia e divulgarla. Il resto è venuto da sé, come un’altissima onda in procinto di colpire la costa.

Perché il secondo libro della trilogia si intitola “La Guerra Dimenticata”?

Perché fino a pochissimi anni fa la storia d’Italia è stata distorta, deviata, solo parzialmente raccontata,  probabilmente per necessità di politica internazionale. Finalmente la morsa si è allentata e molte delle tragedie insabbiate dalla storiografia ora possono essere divulgate come faccio io.

C’è chi si occupa di stragi naziste, chi di partigiani e “liberazione”, io credo di raccontare, finalmente, la vera storia delle nostre genti, una storia che si evince solo se si guarda la guerra attraverso la prospettiva delle tradizioni locali e dei beni culturali coinvolti nel conflitto, ovvero usando i veri indicatori della vita della gente: chiese, credenze religiose, sport, lavoro, vita sociale, teatri, cinema, regge, piazze e borghi.

Chi viene ad ascoltarmi resta a bocca aperta perché, come mi è stato più volte riferito, ci si accorge di quanto la Seconda guerra mondiale abbia tolto all’Italia e soprattutto al sud. È una storia che parla davvero di noi, della gente.

La storia ancora attuale?

Pensi, Giuseppe Russo, che la Storia sia un argomento ancora interessante e oggetto di dialogo per i giovani d’oggi o credi che l’interesse per il nostro passato stia via via scemando?

Sì, la storia è interessantissima ma l’attenzione è ai minimi storici. Forse è arrivato il momento, pur facendo un lavoro serio di ricerca, di scrivere testi più snelli, veloci, al passo con i tempi digitali, lavori in grado di attirare il lettore che vuole essere informato, e non annoiato. Come detto prima, non me ne vogliano i ricercatori ed i bravissimi prof universitari, ma i lettori, come dimostrato dai forti riscontri avuti durante le presentazioni soprattutto nelle scuole, vogliono conoscere fatti e circostanze che partono dal basso, dalla cultura e dai momenti di vita quotidiani. Sono tutti stanchissimi dei mattoni di politica, dei trattati bellici e ancor più di quelli ideologici.

La storia, diceva qualcuno, siamo noi. Scusatemi, ma se siamo noi, non dovremmo raccontare storie più vicine a ciò che eravamo? Non dovremmo raccontare storie riguardanti i nostri territori, i nostri concittadini, le nostre tradizioni, le nostre piazze, i nostri locali di ritrovo, oltre che l’importante solfa politico-bellica-ideologica ?

Ripeto, non posso bruciare la sorpresa ai lettori, ma vi assicuro che coinvolgo i ragazzi delle scuole parlando di un episodio che riguarda il calcio. Cosa c’entra? Beh, leggete il libro e vi accorgerete che la storia, appunto, è fatta da tanti episodi vicini alle nostre giornate normali, incluso gli stadi e le squadre di calcio.

Questi sono fatterelli che non racconta quasi nessuno, e che invece i lettori apprezzano perché scoprono pezzi di storia vera, vicina, palpabile, in molti casi addirittura ancora attualizzabili.

Quale obiettivo, Giuseppe Russo, ti poni con questo tuo progetto storico-culturale?

Voglio semplicemente raccontare agli amici lettori, alle istituzioni e a chi ha una mentalità non baronale della ricerca, la storia d’Italia vista da ciò che ci rende realmente cittadini: le nostre tradizioni, le nostre pietre, i nostri beni culturali.

Attraverso gli occhi della bellezza possiamo riscoprire gli errori che ci hanno quasi distrutto, e ricordare un periodo che deve insegnarci a non cadere in altre spirali incontrollate di morte e distruzione che oggi si vivono in altri paesi di grande tradizione culturale come la Sira e, prima ancora, l’Iraq. Anche in questi conflitti moderni si è volutamente colpito l’aspetto culturale, religioso e storico del nemico con l’intento, diabolico, di cancellare la memoria per distruggere intere popolazioni.

È una storia che si ripete perché quella della Seconda guerra mondiale l’abbiamo già dimenticata o qualcuno ha voluto che la gente la dimenticasse. Attenzione, questo è un periodo davvero pericoloso.

Le citazioni

Ci regali, Giuseppe Russo, un significativo stralcio di questa “storia diversa”?

Uno solo? Meglio due! Uno simpaticamente folkloristico e un altro, purtroppo, più duro.

La guerra dei coppini.

Ma la Patria chiamava in causa anche le casalinghe, donne che senza quasi rendersene conto si ritrovarono a dover donare perfino casseruole e pentole di rame, indispensabile corredo domestico per le attività quotidiane, ancor più necessario se si pensa che le donne italiane spesso ne inventavano una più del diavolo per cucinare un pasto caldo alla famiglia. Ma se per le fastidiose targhe in ottone, presenti negli eleganti androni dei palazzi partenopei, vi era una ricompensa morale con la consegna di un bel cartoncino che avrebbe sostituito il metallo dato alla Patria, nelle case comuni iniziò la curiosa guerra dei coppini con sotterramenti segreti di posate, pentole e attrezzi domestici, generando, manco fosse presente un tradimento di coppia, delle furibonde liti coniugali.

La tragica distruzione del Caffè Vacca.

Durante la notte del 14 luglio, pochi giorni dopo l`invasione della Sicilia, i B-17 americani tornarono prepotenti su Napoli per strappare via un ulteriore pezzo di storia partenopea, e italiana, colpendo la bella Villa Comunale e distruggendo completamente lo storico Caffè Vacca, il vecchio ritrovo ottocentesco a pochi passi dal Chiostro della musica, struttura che aveva visto passare nei suoi locali i più bei nomi dell’arte e della cultura europea.

Roberto e Mariano Vacca, due imprenditori che avevano operato con successo nel campo del caffè, legati alla prospera apertura di altri locali importanti di Napoli, come il notissimo Caffè Gambrinus, a fine ottocento avviarono questo locale ubicandolo nella Villa Comunale. Il Caffè Vacca, pur non essendo un vero e proprio caffè letterario, operò come un ritrovo per famiglie della media borghesia che si riunivano, proprio la domenica, per ascoltare i concerti bandistici nella Villa Reale, alla ‘Cassa Armonica’, diretti dal famoso maestro Raffaele Caravaglios, trascorrendo piccoli attimi di tregua o miracolose giornate di festa insieme ai bambini.

Nel suo interessante libro I caffè napoletani, lo scrittore Erminio Scalera ricorda che le immagini dello storico locale, prima della sua sfortunata distruzione, sono fissate nelle vecchie pellicole d`inizio secolo: “… il Caffè Vacca venne impegnato come sala di posa per i primi film muti che si giravano a Napoli con Francesca Bertini e Leda Gys…” 

Il 17 luglio il Corriere di Napoli scriveva che «…un cumulo di macerie è oggi al posto dove […] vivacchiava l`ultimo caffè della Napoli ottocentesca. […] A pochi passi anche il Chiostro della Musica […] rivela i segni della distruzione.[…] Insieme con la fontana delle “paparelle”, con la carrozzina trainata dalle caprette, con il galoppatoio e la Cassa Armonica, il caffè Vacca, come il Gambrinus, rappresentava un`istituzione napoletana…». 

Per approfondire

Nel salutare i nostri lettori vuoi suggerire come entrare in contatto con questo progetto?

Innanzitutto grazie a tutta la redazione per aver accolto questa mia storia, ma anche grazie a tutti gli amici che vorranno capire di cosa parlo, nonché comprendere meglio la propria storia nazionale e locale. Invito tutti i lettori a visitare il sito ufficiale www.icadutidipietra.it o la pagina Fb facilmente rintracciabile cercando il titolo della triloglia, ovvero “I caduti di pietra”.

Se vi va, venite a salutarmi in presentazione. Scoprirete davvero un nuovo modo di raccontare il nostro passato. Ci divertiremo pur riflettendo su questioni molto serie che ancora oggi ci condizionano la vita.

 

Maura Messina

La guerra dimenticata di Giuseppe Russo ultima modifica: 2018-07-09T13:23:25+00:00 da Maura Messina