Paratechnicolor: tutti i colori dei Noir & The Dirty Crayons

I Noir & The Dirty Crayons si sono prodotti in un’opera che contestualizza e mitiga le diversità: in Paratechnicolor la trasversalità di stili è tangibile, quasi materica al tatto.

Paratechnicolor è il disco di esordio dei Noir & The Dirty Crayons. Disponibile già da qualche settimana, è stato anticipato nei primi di Marzo dal singolo Autodafè, di cui è stato girato anche un video parecchio interessante. Un album di nove tracce, completamente autoprodotto, dalle sonorità trasversali. Si parte da una solida base rock, pura, per spaziare nel pop melodico e immediato, fino a lambire con dei più o meno complessi interventi di elettronica. Tutto questo e molto altro ci aspetta durante l’ascolto.

Noir & The dirty Crayons

 Paratechnicolor ai raggi X: il disco traccia per traccia.

Paratechnicolor è anche la title track, piazzata sapientemente alla numero uno della lista, dalla compagine bergamasca. Il brano di per sé è un inno, o una protesta, a seconda dal punto vista, verso l’aristotelico “in medio stat virtus” (la virtù sta nel mezzo). La concezione di qualcosa che non può essere troppo progressista, e quindi troppo avanti, né particolarmente ancorata al passato, quindi troppo indietro. Musicalmente, ed è un complimento, ho trovato alcune analogie con l’album biango degli ELII. Dinamiche degli strumenti molto curate e accenti sul levare che si rifanno vagamente (e per brevi tratti) a elementi tipici degli anni sessanta, ma in chiave moderna. La schitarrata nel ritornello, melodico, è catalizzante e semplice al punto giusto.

Segue Fuzz, che è anche il nome di una particolare distorsione molto in voga negli anni settanta. Perchè dico questo? Perchè seppur in modo rielaborato e non necessariamente vincolante, il richiamo a questa sonorità caratterizza le fasi iniziali del brano dei Noir & The Dirty Crayons. La batteria è vivace ed assieme al basso sostiene in maniera egregia la voce degli altri interpreti: chitarre, canto ed elettronica. La fattura sempre di qualità della componente “riempitivo” – chiamiamola così per intenderci, ovvero l’agglomerato di suoni che serve per non lasciare vuoti all’interno di una canzone – è certamente uno dei connotati positivi dell’intera opera. Il tema della sedentarietà che si mette in moto, generando un circolo vizioso ma a suo modo coerente, trasformandosi in relax, per poi diventare “fumo” ed a sua volta mutare in “sogni”. Il cerchio si chiude.

Autodafè, come già anticipato, è il singolo scelto per il lancio di Paratechnicolor. Un pezzo che ha groove, grinta e sa anche lanciare qualche critica costruttiva, senza entrare troppo nel merito. Forse per questa finalità la forma visiva aiuta più di quella sonora. Difatti il significato canonico diautodafè” (wikipedia docet), va a cozzare con il vero simbolo che la band intende. Vedere per credere. Qui, l’esercizio di stile volto al pop veloce e largamente intellegibile, riesce pienamente.

Peccato che la successiva Voci abbassi di molto l’hype creato con la canzone precedente. La tendenza alla “lamentela” non aiuta. Il senso generale è che il brano non meriti proprio la voce a cui fa da supporto, intesa come linea di canto. Dall’analisi del testo non è dato sapere quali siano i motivi del disagio espresso dai Noir & The Dirty Crayons, costringendo l’ascoltatore a doversi sorbire la lagna, imprecando su una base costruita ad hoc per qualcosa che non la valorizza. Breve assolo di chitarra sul finale.

Sono Ancora Vivo rappresenta la chiave di volta di Paratechnicolor, sia per numeri (è la numero cinque su nove) che per contenuti. Da qui in avanti, pur mantenendo una certa coerenza con quanto ascoltato fino ad ora, una sfumatura più rock sulla parte strumentale diviene via via più concreta. La canzone in questione racconta di cosa sono in grado di combinare le ristrettezze economiche nella testa di una persona normale (?). Argomento attuale, proposto in maniera alternativa, sottolineando il fatto che le interazioni che ne derivano possono influenzare, più o meno inconsciamente, atteggiamenti e stati d’animo di un individuo. Il ritornello pressappoco “mononota”, stavolta mi ha lasciato un po’ perplesso.

Divano Revolution ha tutto ciò che un pezzo rock ha bisogno: riff coinvolgente, obbligati all’unisono, pause con silenzi che spiazzano. Tutto tranne la voce che, anche qui, è più attenta alla linea melodica e questo, forse, a lungo andare stona con il cuore pulsante dei Noir & The Dirty Crayons che, musicalmente, pare voler esprimere anche “altro”. Il testo descrive una comoda rivoluzione, ossimorica, fatta di abitudini e rabbia social(e). Un’avversione che resta digitale e inconcludente perché tale è il sentimento che la anima.

Dammi Tempo apre alle tematiche più intime di Paratechnicolor. La commiserazione viene palesata senza troppe vergogne. Il tentativo di estromettere il proprio cervello da una malsana quotidianità, al fine di prendere tempo, prendersi tempo, evitando “esami di coscienza” superflui e deleteri, nonostante legittimi.

Fuck!, col suo intermezzo reggae, è un grido di protesta. Genuino, immediato e senza troppe sofisticazioni. Quando le cose semplici riescono col fiocco, da sole. Non fa gridare al miracolo, ma tira.

Chiude l’esperienza a firma Noir & The Dirty Crayons, il brano Terra. Il mio invito è quello di metterlo su e trarre indipendentemente da tutto e tutti le proprie conclusioni. Ho particolarmente apprezzato il clima malinconico e le poche note di piano che sanno declinare perfettamente l’aria che il pezzo mette in essere.

In ultimo, ma non per ultimo.

Le mie personali conclusioni circa il lavoro di Noir, al secolo Maurizio Griglio, e della sua band, sono purtroppo contrastanti. Da una parte Paratechnicolor mi è piaciuto tantissimo, mi riferisco ai suoni, alla musica, agli strumenti tutti, insomma, la parte più squisitamente musicale. A tutto ciò (e fidatevi, è tanta roba) si contrappone una scelta stilistica del canto che vira, a mio parere, troppo verso il pop melodico. Talvolta azzeccatissimo, altre meno. La trasversalità di stili è tangibile, quasi materica al tatto, tanto da rendere complicata una categorizzazione dell’LP. È una cosa buona e giusta che contestualizza e mitiga in parte la volontà ferrea di caratterizzare in modo così deciso e netto la linea di canto rispetto al complemento fornito dagli strumenti.

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Mario Aiello

Paratechnicolor: tutti i colori dei Noir & The Dirty Crayons ultima modifica: 2018-07-12T13:49:51+00:00 da Mario Aiello