Pino Daniele | Terra mia: il racconto dell’uomo nel libro di Poggi e Sanzone

Claudio Poggi e Daniele Sanzone ci raccontano l’amatissimo Pino Daniele. Scrivono il libro “Terra Mia” perché sentono forte l’esigenza di continuare a parlare di “Pinotto”. Perché, come scrive Daniele S., quel giorno “è stato come perdere uno di famiglia”. E cosa si fa quando non si riesce proprio a lasciar andar via qualcuno? Lo si racconta, incessantemente, con quella malinconia nello sguardo e il cuore colmo d’amore.

Le chicche

Leggendo il libro si accede a diverse “chicche” per conoscere il Pino Daniele del backstage dei primi anni. Quello che Claudio Poggi continua a chiamare “Pinotto”. Quando c’è stato il “passaggio” a “Pino Daniele”, cosa hai provato?

La consapevolezza che Pinotto stava diventando un artista di spessore e la sua carriera artistica stava iniziando ad avere un suo preciso percorso. È un po’ come un bambino che cresce e diventa adulto: ti mancano delle cose semplici e immediate ma se ne aggiungono altre più intense e mature. Tuttavia non è un caso che il primo album “Terra mia” contiene ancora adesso, a distanza di 41 anni, forse i suoi brani di maggiore successo.

Sciacallaggio (?)

Progetti come questo libro possono portare a pensare allo “sciacallaggio post mortem”. Mi spiego meglio, si può pensare che il libro nasca per cavalcare economicamente l’onda emotiva dei fan. Perché nasce questo libro?

Il motivo di questo libro è scritto nella premessa: volevo restituire ai fans ed ai suoi estimatori un’immagine autentica del personaggio, raccontandolo così come l’avevo vissuto io, senza retorica, senza alcun compiacimento ma semplicemente come la storia di due ragazzi innamorati della musica e del blues. Tante ad oggi sono state le pubblicazioni, dichiarazioni e lavori su Pino, ma tutte semplici biografie, molte delle quali incomplete o poco veritiere, e questo mi ha fatto scattare la molla di raccontare ciò che veramente è stato l’inizio di Pino Daniele. Lo sciacallaggio può appartenere a chi la storia la racconta non a chi l’ha vissuta.

Su “Pino è”…

Qualche settimana fa abbiamo assistito (chi dal vivo, chi in tv) al concerto commemorativo “Pino è”. Personalmente mi è sembrata più una trovata pubblicitaria che altro. Ho letto l’articolo scritto da Daniele Sanzone per “il Fatto quotidiano”. Sono curiosa di sapere cosa ne pensa Claudio Poggi?

Non sono intervenuto sull’argomento, nonostante le diverse sollecitazioni, e anche adesso non lo farò per non dare il fianco a sterili polemiche di chi ha solo voglia di criticare per il semplice gusto di farlo. Il rispetto verso i musicisti sul palco, amici, fratelli, che hanno dato l’anima e il cuore a Pino, mi impone un doveroso silenzio che è più forte di ogni commento. Con Daniele Sanzone, persona insostituibile senza cui il libro non sarebbe mai nato, ci siamo sentiti telefonicamente durante la diretta ed abbiamo espresso le nostre considerazioni, poi lui ha scritto un articolo molto pensato come nel suo stile, con grande sentimento e carattere.

Nuove promesse

C’è un artista, secondo te, che in qualche modo oggi riesce a “riscattare la napoletanità” così come faceva Pino Daniele?

Di artisti oggi, a mio parere, ce ne sono più di uno, in particolare fra i giovani, che riscattano quell’identità, quella napoletaneità frutto della voglia di identificarsi con una cultura forte e piena di tradizione. Due nomi fra tutti: Enzo Gragnaniello, grande poeta popolare e Roberto Colella de La Maschera, un moderno ed affascinante cantastorie di oggi.

La napoletanità

Claudio, tu che hai lavorato con Pino Daniele dei primi tempi e hai cognizione dell’uso della “lingua napoletana parlata” nelle sue liriche, avverti una differenza con la musica napoletana “non aulica” delle produzioni dei nostri giorni?

Pino è stato l’innovatore del linguaggio della canzone napoletana, ha rotto gli schemi classici dei poeti come Bovio, Di Giacomo, adeguando il linguaggio parlato con una musica che, pur partendo dalla tradizione, andava verso uno stile internazionale. Dopo di lui tanti artisti, in particolare in questo periodo, stanno seguendo le sue orme ma con declinazioni diverse fra loro, alcune più poetiche, altre più crude. Tuttavia, i suoi testi, per la bellezza delle espressioni, oggi vengono considerati a giusta ragione dei classici.

A pagina 24 c’è una riflessione sul razzismo, cito “Noi siamo come i negri. Il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è” . C’è ancora bisogno oggi di “riscattare la napoletanità”?

Sempre e dovunque come tutti i sud del mondo. Pino identificava il razzismo come una forma di diversità e la napoletaneità come identificazione di un popolo, di una cultura che ha sempre subito e che ha bisogno di essere riscattata in ogni sua forma.

 

Maura Messina

Pino Daniele | Terra mia: il racconto dell’uomo nel libro di Poggi e Sanzone ultima modifica: 2018-07-02T13:04:17+00:00 da Maura Messina