Metallica: 30 anni di “And Justice For All” e non sentirli

And Justice For All è presumibilmente la creatura più complessa dei Metallica. L’album, dopo trenta lunghi anni, dimostra ancora una spaventosa attualità oltre ad una qualità, forse, ineguagliata dalla stessa band californiana.

 

Era il 25 Agosto del 1988 quando i Metallica posero l’ennesima pietra miliare della storia del Metal, o comunque della musica in generale. Quel giorno venne reso disponibile al grande pubblico uno degli album più controversi (e belli) della band: … And Justice For All.

Metallica

Non se ne può parlare in modo impersonale. Chi legge queste righe lo fa perché fan, o quanto meno ne apprezza i contenuti, la forza espressiva e non può non condividere il sentimento che tiene uniti milioni di persone nel mondo, ovvero, la passione per i nove brani che costituiscono l’opera. Tutti, nessuno escluso.

Ne parliamo adesso perché quest’anno, questo mese, ricorre il trentennale dalla prima pubblicazione. And Justice For All è, per bocca di molti, il miglior disco dei Metallica, nonostante le enormi contraddizioni e i mille retroscena che lo hanno prima partorito, puoi nutrito ed infine esposto all’opinione critica di chi lo ha ascoltato.

 Il Cerchio che si chiude

Non posso pensare che, a parte i così detti ‘2000’, esista al mondo un mediocre ascoltatore di musica che non conosca i Metallica. In virtù di questo, molte saranno le cose che darò per scontate. Se non le sapeste, esiste l’internet che è cosa buona e giusta. Dopo Ride The Lightning e pallino della morte, Master Of Puppets e il tema della schiavitù più ampiamente inteso, arriva And Justice For All che tratta di ingiustizia in tutte le salse.

Si completa una trilogia solida e simile a sé stessa che esclude per ovvi motivi l’LP di debutto della band californiana, cioè Kill ‘em All. I tre album hanno una struttura pressoché identica tra di loro e una buona parte delle afflizioni umane più diffuse vengono trattate senza risparmiare crudezza, violenza verbale e realtà a quell’epoca ancora poco conosciute e diffuse. Questo aspetto è certamente il più emblematico dei quattro di cui vorrei parlarvi.

Quattro nozioni da tenere bene a mente

Anticipato poc’anzi il capostipite, ne seguono altre tre che non sono propriamente inerenti al solo aspetto musicale o, come detto, strutturale.

Numero due. And Justice For All è, di fatto, il primo album senza il grandissimo Cliff Burton. Storico bassista e fruttuoso compositore dei Metallica, morto in un incidente stradale nel Settembre del 1986. Un evento che segnerà, in bene e in male, un forte cambiamento personale soprattutto nell’animo di James Hetfield, frontman e leader dei quattro cavalieri. Infatti Jason Newsted, che si accollerà per quasi quindici anni l’enorme peso del vuoto lasciato da Burton, non sarà mai pienamente integrato nel nucleo pulsante dei Metallica, come più volte ribadito da lui stesso durante le innumerevoli interviste rilasciate dopo il suo addio nel 2001.

Numero tre. Alcune tracce di And Justice For All avevano già una vita propria, idee pienamente sviluppate che rappresentavano l’estro del musicista defunto. In primis la struggente To Live Is To Die. Il mal riposto sentimento di rancore nei confronti di Jason, soprannominato Newkid (quello nuovo), ha in gran parte demolito la figura del bassista in fase di registrazione e produzione.

Riuscire a percepire la linea di basso dal disco è cosa per orecchi sopraffini, letteralmente sepolto da decine di chitarre sovra incise. Anche il suo contributo in fase compositiva fu ampiamente revisionato e ridimensionato. Tanto che, nel tempo, molti furono i tributi di “re-mastering” non ufficiali il cui filone prese il nome di And Jusctice For Jason. Eloquente slogan da gridare in favore di un grande interprete che ha comunque fatto la storia di Metallica, né più né meno, dei vari James Hetfield, Lars Ulrich, Kirk Hammett ed in ultimo (ma non per ultimo) Rob Trujillo.

Numero quattro. Nel Gennaio del 1989, sulle frequenze di una giovane MTV, venne mandato in onda One. Primo video in assoluto della carriera dei Metallica. Nonostante l’atmosfera tetra e desolante che descrive perfettamente il testo del brano, molte furono le critiche da parte dei fan di più vecchia data, del tutto contrari a questo tipo di conformazioni. In una celebre intervista James raccontò che, durante un concerto, un piccolo gruppo di fanatici riuscirono a raggiungere il palco ed uno di questi poté addirittura sputargli addosso, reclamando l’errore della band di aver girato un video come a quel tempo facevano gli artisti pop. Nonostante ciò, One, è certamente una delle canzoni thrash metal (e a tratti progressive) più famose al mondo.

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Uno sguardo alle tracce, trenta anni dopo. Come se fosse oggi.

Con questi presupposti è più facile inquadrare un disco che, a mio parere, è il migliore della compagine di San Francisco. Anche se il mio preferito è un altro, il secondo.

Con la frase “e giustizia per tutti”, probabilmente, i Metallica volevano intendere i verosimili o surreali punti di vista delle storie che raccontano. La richiesta di equità narrando vicende di totale vessazione. Non a caso in copertina si può ammirare la statua della giustizia bendata, tirata giù a forza, scalfita e distrutta, mentre svolazzano dei dollari caduti dalla simbolica bilancia, emblema dell’equilibrio.

Annerito!

Blackened descrive lo stato di putrescenza in cui la “nostra madre” terra si ritrova. Annerita, come carbonizzata, bruciata da qualcosa di non chiaro ma estremamente pericoloso e devastante. Le interpretazioni, sopratutto in un epoca pienamente avvolta dalla nebbia della guerra fredda, hanno spesso avuto una convergenza circa l’olocausto nucleare.

Forse oggi, vedendo anche i risultati dell’impatto umano sull’ambiente, saremmo in grado di leggere tra le righe l’ingiustizia subita dal nostro pianeta per mano del solo essere che non riesce ad integrarsi nel sistema: l’uomo, appunto. Inutile star lì a tentare commenti sul comparto musicale, anche adesso ci sono fior fior di musicisti che ancora dibattono sul come è scomposto il riff iniziale.

Nemmeno i Metallica hanno saputo sciogliere le riserve, nessuno di loro ha studiato al punto di poter dare una risposta sensata ed univoca. Il senso del gusto musicale ha prevalso tre decenni di congetture. Macigno frantumatore.

L’Inquisizione ti sta affondando!

La title track And Justice For All è un inno contro la sopraffazione che si discute proprio nelle aule di giustizia. Dove la legge dovrebbe essere a difesa dei più deboli ed invece, grazie al verde dei dollari, tutto può e deve cambiare. Cannibalizzare gli inermi e glorificare i “lupi famelici” che possono permettersi lungaggini burocratiche e avvocati assetati di danaro.

Col senno del poi ci sarebbero decine di libri e film da riprendere, con occhio diverso. E dunque così che “giustizia è persa, giustizia è violentata, giustizia è andata via”. Mentre ne parlo sento nella testa il riff di chitarra che anticipa la strofa e domina, più o meno, tutto il brano di appena dieci minuti (quasi). Evocativo.

Un primitivo grande fratello

Con Eye Of Beholder possiamo osservare, attraverso le note e la voce, uno spaccato che dire attuale lo porrebbe immeritatamente nella posizione di “passato remoto”, quando invece sarebbe più corretto dire “futuro semplice”.

La rincorsa ai più sofisticati sistemi di sicurezza e vigilanza. Un occhio che tutto osserva e tutto conosce: movimenti, discorsi, attitudini e vizi. Limitare l’indipendenza dell’individuo attraverso il controllo. Sottrarre libertà di parola, di scelta e di tutto ciò possa essere ritenuto fuori schema. Come a dire “fai tutto ciò che vuoi, basta che sia fatto come dico io”.

L’idea di un grande fratello acerbo ma già presente e pressante. Il modo subdolo di paventare diritti acquisiti sottraendone di altri, magari vitali. L’ingiustizia di non poter vivere se non come una pecora marchiata, un numero imprecisato nel gregge dell’esistenza. Futurista.

 Uno? Meglio “Solo”

Su One, in tutta onestà, non si possono spendere parole che non siano inopportune. Questo è il capolavoro assoluto dei Metallica. Liberamente tratto da una storia vera, già raccontata in un libro del 1939 di Dalton Trumbo: Johnny got his gun.

La canzone comincia riproducendo il suono di spari ed esplosioni. Si tratta della grande guerra, una mina deflagra sotto i piedi del protagonista che resta mutilato e, portato in ospedale, vive il desiderio di porre fine alla sua stessa vita senza, però, poterlo esaudire. L’inferno che arriva nel mondo reale e giace nella coscienza di quest’uomo, costretto a vivere il buio, senza la parola, incatenato all’immobilismo e nessuno che gli conceda il diritto alla morte.

No, non l’hanno scritta ieri. Questa canzone ha trent’anni e la parte centrale del pezzo, quella strumentale, ha ispirato migliaia di musicisti metal, rock, ma anche classici. Eterno.

 Sospetto è il tuo nome

The Shortest Straw, prosegue sotto un altro punto di vista il mini filone sulla prima guerra mondiale che pare essere stata di grande illuminazione per James Hetfield, padre padrone di tutti i testi firmati dalla band.

Stavolta il disgraziato a cui viene imposto con la forza un destino indefinibilmente illegittimo può godere di un vantaggio. Quale? Estrarre a sorte, e nemmeno con le sue stesse mani, in un mucchio di bastoncini. Ovviamente gli spetta quello con “l’estremità più corta” e, in virtù di questa finta scelta, potrà e dovrà dimostrare la sua genuinità mentre chi lo comanda è astenuto da qualsivoglia onere di accusa.

Uno dei brani più politicizzati, anche furbescamente camuffato, del quartetto californiano. Forte critica all’anticomunismo scellerato portato avanti dall’allora senatore McCarthy, le sue idee, estremizzate, portarono l’opinione pubblica alla paranoia e, con questa canzone, i Metallica a modo loro provarono a mettere in chiaro le contraddizioni di un idealismo errato, ottuso e infondato. Profetico… ricordo che era il 1988. L’anno successivo cadde il muro di Berlino. Capita l’antifona?

Ho amato, e si è trasformato in odio

Harvester Of Sorrow rappresenta, invece, una sorta di anticipo del loro LP successivo, il soprannominato Black Album (il titolo originale è ‘Metallica’).

Il “Mietitore di dolore” si defila parzialmente dai crismi compositivi e sonori fin qui percepiti, pur mantenendo una coerenza inattaccabile. Un brano che scava a fondo nell’animo del protagonista. Un uomo che sente la sua vita ribaltarsi, una specie di congiura auto inflitta che semina odio dove prima era stato raccolto amore.

L’idea che qualcosa o qualcuno sia sempre lì a prendere, pretendere, mentre lui è costretto a dare, prima con orgoglio, ora con timore e rabbia. Una condizione che porta alla pazzia, o meglio, al linguaggio della pazzia. Manifesto di atti violenti senza una reale motivazione, se non quella di andare all’inferno in buona compagnia.

Hetfield racconterà che per la stesura della lirica attinse a piene mani dalla cronaca nera del tempo. Pare si tratti di una stage familiare raccontata dall’assassino in prima persona, non senza aver prima provato a spiegare le sue angosce. Il cantante dimentica, però, di citare l’alcol – che invece ha un ruolo nel brano – e i suoi nascenti problemi col nettare degli dei. Profeta in patria.

Sono lo schiavo della paura

La materia di approfondimento cambia in The Frayed Ends Of Sanity. Più affine al taglio narrativo di Welcome Home (Sanitarium), appartenente al disco precedente. I Metallica sottolineano il fattore distruttivo della paranoia, quando questa ha una diffusione sociale su vasta scala. Nonostante la scelta della prima persona, è facile intuire come le prigioni psichiche, spesso auto innescate, siano una piaga comune a più individui.

Forse troppi. Demenza e schizofrenia generano complotti in ogni angolo del proprio inconscio turbando qualsiasi tentativo cognitivo. Per rendere l’idea, nulla è meglio di un estratto. Cito alcuni versi, tra i miei preferiti dell’intera produzione: “ (…) old habits reapper, fighting the fear of fear, (…) frayed end on sanity, hear them calling, hear the calling me”. Vecchie abitudini riappaiono, combattendo la paura di aver paura, (…) le estremità logore della salute mentale, le sento chiamare, le sento chiamare me”. Paranoico.

Il canto del cigno Cliff Burton

Pare che To Live Is To Die sia nata come tributo all’amico scomparso. Il brano prende forma grazie ad un appunto dello stesso Burton, ritrovato da sua sorella dopo la morte. Il manoscritto conteneva dei versi che il bassista stava componendo per un poema privato, donato poi alla band in seguito ai funerali.

Il pezzo è strumentale e struggente. l’unica voce che si può ascoltare è quella di Hetfield che recita il poema.

La traduzione è pressappoco la seguente: “Quando un uomo mente uccide una parte del mondo. Queste sono le pallidi morti che gli uomini, sbagliando, chiamano le loro vite. Tutto ciò io non posso sopportare per assistere ancora oltre. Il regno della salvezza non può portarmi a casa (?).

Non sappiamo se il musicista si stesse ponendo una domanda o accettando una conclusione intima. Fatto è che la storia ha parlato per lui e l’ingiustizia di una morte prematura, la sua, ha lasciato l’ennesimo capolavoro nel firmamento della musica. Commovente.

Cara Madre, Caro Padre

Inizia così la canzone più violenta di And Justice For All. Un riff massacrante ed un testo che viene fuori direttamente dalle viscere più buie del frontman. Il titolo è Dyers Eve. Un’invettiva feroce contro i precetti religiosi impostigli dalla famiglia. Una famiglia di estrazione battista, severa e osservatrice delle regole, spesso dittatoriali, che puniva le intransigenze con pene corporali e roba simile.

Un sopruso subito fin dall’infanzia che come un cancro genera delle cellule infette. Dyers Eve è il prodotto di quel cancro. Una canzone che interpreta l’ingiustizia forse più vigliacca e dolorosa che si possa subire, quella dei genitori verso un figlio, magari piccolo, fanciullo. Ira funesta.

 Trent’anni e non sentirli

Ho parlato di … And Justice For All (che solo per comodità ho osato omettere i puntini sospensivi iniziali fino ad ora), miscelando due posizioni nette e contrastanti. Da una parte la consapevolezza di trattare un argomento conosciuto e “consumato”, sia da fan che da appassionato di musica; dall’altra l’idea di discernere i brani come fosse un primo ascolto, ma cosciente.

Il risultato ha messo in luce la totale attualità di un prodotto che si porta sul groppone ben tre decadi. Sei lustri che, nel panorama metal, a parte i suoni, sembrano solo mesi. I tempi sono cambiati, generi e interpreti si sono alternati con fortune altalenanti sulla scena dell’Heavy Metal. Questo non si discute ma, ascoltandolo oggi, glieli dareste gli anni che ha?

Penso che i Metallica abbiano fatto dischi buoni, ottimi, magnifici e anche grandissime cacate. And Justice For All non avrà avuto le fortune del Black Album. Basti pensare al celebre, ogni oltre ragionevole aspettativa, mega concerto del Monsters Of Rock del 1991 a Mosca. Tuttavia sono certo che tutti i fan più “eruditi”, i nostalgici, abbiano una specie di santino con la copertina della giustizia cadente nascosta da qualche parte, nel portafogli o nei cassetti del comodino ma, soprattutto, una copia del live a Seattle del 1989: i veri Four Horsemen.

Mario Aiello

Metallica: 30 anni di “And Justice For All” e non sentirli ultima modifica: 2018-08-25T13:30:30+00:00 da Mario Aiello