Gorillaz: The Now Now ribalta del tutto la concezione di Humanz

The Now Now, sesto album in studio dei Gorillaz, sembra essere più la risposta alla pomposità di Humanz che un lavoro con nuove idee originali

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 IPOTESI

In un complesso e sciattamente poco articolato esercizio di non-stile (ci tengo a sottolinearlo), cercheremo oggi, a soli tre mesi dalla pubblicazione, di comprendere le dinamiche sonore e socio-filosofiche di The Now Now, sesto album in studio della band a fumetti Gorillaz. Ci starebbe bene – come un accordo di settima che risolve sulla tonica – un bel “estica…”, ma sorvoliamo.

DATI

Le undici tracce che compongono l’LP – disponibile dal 29 Giugno per Parlophone – riprendono la sostanza tipica del collettivo capitanato da Damon Albarn, ovvero, il clima elettro pop con digressioni più o meno approfondite di rock, funk ed hip hop con una punta di “anni ‘80” che, in qualche modo, si ripresenta ad ogni appuntamento. Un’insalata di mare, direbbero dalle mie parti, ma, dopo venti anni di Gorillaz, tutti sanno che quasi nulla è fuori posto, anzi. Non serve nemmeno la scorzetta di limone.

La regia compositiva è il vero fiore all’occhiello dell’ormai cinquantenne Damon, in totale crisi anagrafica ma illuminato, come al solito, da buone idee musicali. L’effettiva sferzata, rispetto al precedente Humanz (2017), deriva da un costrutto scarno: meno featuring, in parte meno post produzione, meno clamore mediatico con conseguente marketing contenuto (?) e, soprattutto, la totale consapevolezza che tutto questo non è tanto figlio di una concreta evoluzione artistica (dall’album X, all’album Y), ma presumibilmente di una fumosa relazione di tipo causa, effetto e conseguenza. In breve: i primissimi Gorillaz, ma ai giorni nostri. Eh, lo so, è incomprensibile.

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Gorillaz | The Now Now (copertina)

Ed ecco che mentre Humanz si descrive “abnorme”, “iper corale”, “troppo”, in The Now Now la misura è invece dettata dalla figura dualistica del cantante e autore. Il ritorno ad una dimensione ridotta spiazza il curioso dei “sentito dire”, ma desta il piacere del seguace con orecchio attento. Tutto gira attorno alla voce di 2D, escludendo le poche scene in cui non è protagonista, con la differenza che l’interprete in carne ed ossa si sostituisce spesso al suo alter ego in inchiostro e carta. D’altronde, la matita di Jamie Hewlett ha saputo generare nell’immaginario collettivo delle entità ‘vive e vibranti’ (semi cit. Emerito qualcosa dello Stato), forse tanto da rendersi più reali e credibili dei loro stessi marionettisti.

Il disco dei Gorillaz, per ammissione degli stessi musicisti, è stato per lo più partorito durante un lungo tour mondiale, con particolare presenza su territorio americano. I titoli e le allusioni nei testi sono la prova provata dell’avvolgente ispirazione scaturita dai luoghi e dal viaggio.

SI DIMOSTRA

Humility (con contributo chitarristico di George Benson) e Magic City sono le canzoni che restituiscono più senso nostalgico degli anni ‘80. Senza sminuire la contemporaneità delle produzioni. Il sound, il mood e anche il video della prima traccia sono un vero e proprio tributo alla leggerezza di quel periodo, nonostante i testi tendano sempre a viaggiare su un binario non troppo parallelo alle immagini e alla percezione musicale, anche traducendo in melodia.

Impronta leggermente diversa emerge in Tranz e Sorcerez, dove la tendenza è quella di suggerire poche note per ballare e lasciarsi andare.

Pezzo sui generis rispetto al contesto è Hollywood, probabilmente per la questione featuring. Qui viene prepotentemente fuori la voce di Snoop Dogg e, nonostante sia un brano ritornello centrico, il taglio club dato da Jamie Principle riesce a creare un’atmosfera completamente avulsa ma coerente al progetto.

Nota a margine per Lake Zurich. Brano che si ispira ai dogmi delle composizioni strumentali, ma sa estraniarsi al momento giusto, con delle piccole attenzioni, al fine di garantire comunque un personalità da “canzone”. Virtuosismo.

Il resto scorre via come un funambolo sospeso pericolosamente sulla nebbia del riempitivo (nella seconda parte di The Now Now è quasi avvilente) o delle semi ballad (Fire Flies, One Percent) che lasciano il tempo che trovano, purtroppo. Pochi i lampi di genio dei Gorillaz a questo punto. Peccato.

TESI

Un Damon Albarn forse fin troppo egemone e presente era la soluzione più scontata per ribaltare l’impostazione iper gonfiata di Humanz. Questo, volendo per forza introdurre teorie cospirazionistiche circa la gestazione di The Now Now, lo avrebbe messo in conto chiunque. Il risultato di una figura a tratti ingombrante in fase compositiva lo si evince dalla non inattaccabile completezza dell’opera, come se molto si fosse perso per strada. Non certo un album che rincorre la hit, commercialmente intesa, ma alcuni vuoti ideologici, colmati da intangibili riempitivi o poco accurate fasi introspettive, non giovano al concetto globale che vanta pur sempre di grande qualità e istrionica fantasia. Tuttavia i “personaggi” restano conformi alle loro peculiarità e il tratto musicale è distinguibile come pochi, del tipo che poche note sanno decretare senza dubbio che stai ascoltando i Gorillaz.

Non so se basti, data la levatura di alcuni lavori presentati in venti anni circa di esistenza. Voto? aspettiamo che il prof corregga i compiti e lo scopriremo.

Mario Aiello

Gorillaz: The Now Now ribalta del tutto la concezione di Humanz ultima modifica: 2018-09-28T13:18:58+00:00 da Mario Aiello