Nuovo Corso Cafè: l’EP Babilonia è quasi un disco finito

Le sei tracce che compongono l’EP Babilonia, per tematiche e scelte sonore, rappresentano il miglior manifesto pubblicitario dei Nuovo Corso Cafè. Si perdoneranno alcune “disattenzioni”. Quali? Scopriamolo assieme.

 

Oggi parlo dei Nuovo Corso Cafè e del loro EP di debutto Babilonia. Tralasciando il canonico ritardo inqualificabile, tipica licenza accreditata alle più puntuali spose nei matrimoni di tutto il mondo, mi predispongo con curiosità all’ascolto dell’opera della band milanese, già disponibile nei peggiori negozi di Caracas, ma anche sui migliori store on-line d’Italia.

nuovo corso cafè
Nuovo Corso Cafè | Babilonia (Copertina)

Contravvenendo a tutte le più basilari ed auto imposte regole disciplinari, morali e, semmai, etiche, stavolta seguo la voce del grillo parlante che in più occasioni ha ribadito: “ma su un EP quanto vorresti scriverci?”. Sarò rapido e conciso (lo sarò?). Il problema però è a monte, Babilonia è composto da ben sei canzoni. Mettendoci il resto vicino, si poteva chiudere un LP fatto e finito. Cosa ci aspetterà all’uscita del disco? Nell’attesa, cerchiamo di capire assieme cosa ci propongono gli autori con questa selezione.

 I TESTI DEL CANTAUTORATO ITALIANO INCONTRANO LA FORMA ANGLOSASSONE

Stilisticamente, i Nuovo Corso Cafè cercano di coniugare l’impianto più tradizionale della “canzone d’autore” italiana con una struttura sonora che, invece, deriva dall’oltremanica. È necessario, però, restare sempre ancorati al concetto di proporzione chi/cosa. Questo si evince praticamente in ogni traccia della raccolta, alcune con buoni risultati, altre meno. Questione di inquadramento. Babilonia ha un suo filone sia per la prosa che per la musica ma, talvolta, pare appiattirsi, non riuscendo a restituire all’ascoltatore il giusto entusiasmo.

EP-IGIAMO PLAY…

Apre i giochi Dea, singolo che risale addirittura all’estate scorsa. Segnale di grande lavoro e di una gravidanza quanto meno oculata. Sin dalle prime note si intuisce la bontà del timbro vocale del cantante, di concerto con un’impostazione “educata”. I sali/scendi di dinamiche e l’onnipresente chitarra acustica sono le basi che sostengono il brano che, però, presenta un ritornello meno deciso rispetto al contesto che lo sostiene. Per quanto riguarda il testo, varrebbe la pena approfondire. Brevemente: l’amore rende fragile un essere divino che, fino a quel momento, aveva schernito l’inconsapevolezza degli uomini nei confronti dei sentimenti. Non è dato sapere la natura di questa donna fascinosa e se il fuoco tra i due sia vero o presunto, reale o fatuo. Solo i Nuovo Corso Cafè hanno la risposta a cotanto quesito.

Briciole introduce un altro elemento sonoro, il piano. Strumento che tuttavia si limita a piccoli interventi. Riprendono le dinamiche altalenanti ma stavolta con più ritmo e l’effetto wah-wah sulla chitarra elettrica diversifica la proposta, trovando, verso il finale, lo spazio per un piccolo assolo melodico. Il tema tanto caro ai film apocalittici trova qui nuova linfa: mentre nel precedente brano si poteva sentire “stelle esplodere”, ora “in un sussurro l’universo esploderà”. Ciò non distoglie l’attenzione dall’argomento di amori delusi che generano false illusioni. Il probabile risvolto positivo si nasconde, forse, nella piega dei sogni che “come per magia” sanno generare cose buone in chiunque.

Non entro nel merito politico a cui, inesorabilmente, si va in contro con l’intro di La Grande D. Per dovere di cronaca dirò solo che è possibile ascoltare un frammento di un celebre discorso del presidente venezuelano Nicolas Maduro, a fronte delle sanzioni imposte dagli U.S.A. a guida Obama. La canzone è, chiaramente, una critica politica e sociale sviluppata attraverso il racconto di una storia. Una storia che suggerisce una certa tristezza. Le sonorità simil-reggae di alcuni passaggi non rallegrano l’atmosfera che resta leggermente cupa e sul significato del carattere D nel titolo, credo, ci possano essere più interpretazioni.

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Segue Scatola. Purtroppo si palesa un’accentuata ripetitività dei Nuovo Corso Cafè circa lo sviluppo della struttura “canzone”. Magari certi crismi, pur non snaturando i concetti e le basi, potrebbero essere rimodellati senza che alcuno possa scandalizzarsi, oggi, nel 2018. Altrimenti il mix tenderebbe troppo a favore della canzone italiana, rispetto alla forma all’inglese (ma anche nord Europa) che c’è, ma perde sostanza. I pochi momenti in cui tutti gli strumenti suonano all’unisono sono forse l’unica difformità, l’unico attimo per destarsi. Il brano identifica la scatola non solo come un feticcio ma anche, se non soprattutto, quale involucro protettivo o, viceversa, contenitore-deposito che muta la sua funzione a seconda della necessità personale vissuta in un determinato momento, piuttosto che in un altro.

Babilonia è il pezzo che dà il nome all’extended play e del quale è stato anche prodotto un video. Leggerissimamente più eterogenea rispetto alle altre, si distingue musicalmente per la linea melodica del canto, qui meno prevedibile. Condivido la scelta dei Nuovo Corso Cafè di sfruttare questo brano come singolo estratto a scopo promozionale. Rompere le barriere edificate con tanta (inutile) fatica, e lasciar passare qualcuno verso luogo più intimo della propria personalità è un atto di forza e coraggio. L’idea di un mondo interiore messo a soqquadro, bruciato letteralmente, da un’entità che sappiamo essere positiva, giusta, è l’immagine potente che Babilonia suggerisce.

Chiude Rosa Dei Venti. A mio modesto parere, un pezzo ideato più per gli strumenti che per la voce. Con garbo aggiungo: “per fortuna c’è”. Finalmente il basso si sbottona suonando a modo, si percepiscono dei fill di batteria meno vincolati e gli ormai consacrati “interventi solistici” di chitarra elettrica paiono non subire l’invadenza degli altrui spazi.

I MIEI DUE SPICCIOLI…

Come di consueto mi accingo a trarre le mie personalissime ed opinabilissime conclusioni su Babilonia dei Nuovo Corso Cafè. L’EP è stato prodotto grazie ad una proficua campagna di crowdfunding. Già questo servirebbe a comprendere la bontà dei contenuti e la grande fan-base che la band ha saputo attirare a sé nel tempo. Per farlo, ci vuole concretezza. Concretezza percettibile nei sei brani proposti ma che, a volte, tende a non manifestarsi per ciò che realmente è o che realmente può offrire. Tutto è molto voice oriented e, per quanto il cantante sia dotato di un buon timbro, non osa, resta timidamente nella comfort-zone. Dico spesso che qualcosina vada “spostato”, sempre. Idem per gli strumenti che, secondo me non a causa loro, restano pavidi (in senso benevolo), limitati nel compito semplice ma preciso che deve (?) fare da tappeto al comparto lirico. Non dico di esprimere virtuosismi in ogni dove, non avrebbe avuto comunque senso, ma si può azzardare un contributo nel momento giusto restituendo vivacità allo spettatore. Peccato aver dovuto aspettare l’ultimo pezzo per sentire anche loro divertirsi e prendersi un po’ di scena.

I ritornelli sono studiati con cura, solo un sordo potrebbe farselo sfuggire, tuttavia sono poche le frasi che restano impresse nella testa e questa componente gioca a sfavore perché la musica non è solo testo, solo prosa, solo parole. Forse la musica inizia con tutt’altro: dai suoni.

Lodevole il lavoro profuso e non può passare sotto traccia il fatto che la band abbia proposto, comunque, sei brani di qualità per un EP. Attendo il full length.

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Mario  Aiello

Nuovo Corso Cafè: l’EP Babilonia è quasi un disco finito ultima modifica: 2018-09-06T12:58:01+00:00 da Mario Aiello