Halloween: il ritorno di Michael Myers

Halloween e la sua “ombra della strega” invecchia nel corpo ma non nello spirito.

A quanto pare la tendenza fagocitante, digestiva ed evacuante di icone e successi cinematografici da parte di Hollywood non troverà fine. Storiche vittime illustri sono state le icone pop dell’horror anni ’80.

Michael Myers, Jason Voorhes, Freddy Krugher, Pinhead e i suoi cenobiti, sono alcuni membri della legione orrorifica del cinema a vedersi trasformati e, spesso, ridicolizzati, al servizio di trame insulse capaci di riscriverne lo statuto narrativo. Michael si è rivelato essere la “progenie del diavolo”, Jason è finito nello spazio, Freddy è diventato parodia di se stesso e i cenobiti sono stati ridotti a pretesto per sanguinolenti omicidi. Halloween, Venerdì 13 e Nightmare hanno tentato di rialzarsi con discreti remake, che speravano, così, di riscrivere il proprio disastroso passato. Hellraiser non è stato così fortunato.

Ora arriva questo nuovo Halloween.

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Parlare di nuovo capitolo sarebbe improprio, parlare di nuovo remake sarebbe sbagliato, impossibile descriverlo come reeboth. Ma Hollywood trova sempre il modo di risolvere beghe linguistiche. Halloween (2018) è un midquel. Va ricordato che per Michael questo non è il primo midquel, basti pensare ad Halloween 20 Anni Dopo.

Non potendo cancellare o nascondere il passato vergognoso, lo ignoriamo. Un po’ come l’invitato alla festa che nessuno voleva ma che è venuto lo stesso: lo saluti, fai un po’ di scena stando con lui, ma poi te ne vai.

Halloween (2018) è sequel diretto di Halloween (1978), capolavoro seminale del trilling slasher. Carpenter con il suo “piccolo ma enorme” film ha dettato le regole del genere. Halloween ha condizionato l’horror cinematografico a partire dalle regole linguistiche fino alle soluzioni narrative.

La storia nota quanto semplice: Michael Mayers all’età di sei anni, durante la notte di Halloween accoltella brutalmente la sorella uccidendola; dopo 15 anni fugge dal manicomio criminale, pronto a mietere nuove vittime. Sopravvissuta alla mattanza è stata Laurie Strode, adolescente babysitter capace di sfuggire al mostro e (inconsapevole) sorella di Michael.

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Nel nuovo film, pare che nulla sia cambiato. Catturato, Michael è rimasto chiuso in manicomio per 40 anni. Tempo passato da Laurie nella paranoia e nella paura che l’hanno psicologicamente paralizzata a tal punto da far fallire ogni sua relazione personale, figlia inclusa.

Durante la fatidica notte di Halloween, l’inespressivo Michael trova il modo di fuggire. Ma stavolta Laurie non sarà affatto impreparata.

Quello che sembra l’assunto più banale per un horror, si rivela in realtà una necessaria premessa narrativa.

Il regista David Gordon Green non realizza un mero sequel del capolavoro di Carpenter, ma riesce in una difficile operazione. La struttura narrativa del primo film viene riproposta con la giusta fedeltà ma viene ribaltata. Chi è predatore diventa preda. Ovviamente una preda parecchio combattiva.

L’assunto più interessante del film è proprio l’essere speculare al primo. Lo stesso vale per le inquadrature e le riprese che continuamente rimandano al capostipite. Non come ammiccante citazione, ma come naturale prosecuzione.

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Da qui anche la scelta di far tornare gli attori protagonisti. Jamie Lee Curtis torna nei panni di un’ormai anziana Laurie. Nick Castle, nonostante le sue fattezze siano sempre celate, torna in quelli di Michael. Questa non è solo un’obbligata scelta narrativa, quanto la volontà di legarsi saldamente al primo film.

Con questo lento mutamento di prospettiva, i personaggi fanno una cosa molto rara nei film horror: fanno scelte intelligenti. Non lasciano le armi accanto all’assassino svenuto, vogliono controllare con un colpo di pistola che sia effettivamente morto, operano trabocchetti per sopravvivere.

La pellicola ricorda la natura del personaggio di Michael: espressione della violenza cieca, irrefrenabile e ingiustificabile dell’essere umano. Non è certo una metafora raffinata o complessa, ma il fascino dell’uomo nero di Halloween è proprio quello. Volto inespressivo, voce volutamente assente, si rialza sempre, non ha rimorsi o morale che lo faccia dubitare. Caratteristiche, queste, che rimangono costanti in maniera inquietante.

Per chi conosce o è appassionato del capolavoro di John Carpenter, questo seguito non può che lasciare soddisfatti.

E la paura di un ennesimo, raffazzonato e banale sequel, muore. Accoltellata dal buon Michael Myers.

 

Leonardo Cantone

Halloween: il ritorno di Michael Myers ultima modifica: 2018-10-28T12:48:03+00:00 da Leonardo Cantone