Esploriamo la giungla urbana dei Go!Zilla | intervista con Luca Landi

Luca Landi, Mattia Biagiotti, Fabio Ricciolo, Niccolò Odori e Federico Sereni sono i componenti dei Go!Zilla, una garage band fiorentina con gli attributi, come si suole dire, che Il 28 settembre ha pubblicato il terzo album “Modern Jungle’s Prisoners”,per l’etichetta francese Teenage Menopause RDS.

Inutili dirvi che sentivo l’assoluto bisogno di fare qualche domanda ai ragazzi, così ho chiamato Luca e gli ho rubato una mezz’oretta del suo tempo.

 

Ciao, Luca! Sabato 20 ottobre c’è stata la prima tappa italiana del tour dei Go!Zilla, a Firenze.  Avete giocato in casa, ma come è andata? 

Ciao! Beh, molto bene. Era da due anni e mezzo che non ci si esibivamo a Firenze. Suonare in casa è sempre difficile, a dispetto di quanto si possa pensare, perché l’emozione è forte e può farti brutti scherzi. Il locale, il Glue, uno degli ultimi rimasti di media grandezza, era completamente pieno, quindi, è stato molto interessante. La città non sta passando proprio un ottimo periodo, per quanto riguarda la presenza nei locali. Anche se ci sono delle realtà che stanno crescendo.

Comunque tutto positivo, è stata una bella riscoperta ritornare dopo un bel po’.

  

Fantastico! Siete da poco tornati dal vostro tour europeo. Per una band italiana non è sicuramente un dato di poco conto fare tour all’estero di frequente. Quanto è diverso l’impatto con un pubblico straniero? 

Abbiamo iniziato a suonare all’estero, più che per necessità, un po’ per casualità, perché le prime richieste di concerti venivano da fuori. Per noi l’impatto è differente a livello linguistico, perché sul palco devi rapportarti differentemente. Il pubblico varia molto da nazione a nazione. Abbiamo suonato tantissimo in Francia, forse un centinaio di date della nostra carriera li abbiam fatti solo lì, tra festival ecc.

In Francia trovi quello che è più predisposto ad acquistare il disco, quello che compra il biglietto. Lo stesso accade in Belgio. In Germania, invece, pur essendo una nazione “più fredda”, abbiamo venduto un sacco di dischi. Berlino, per noi, è stata una mega data. L’Inghilterra è differente ancora. Londra soprattutto è una città che ha una sua vita particolare rispetto al resto del Paese

Suonare all’estero ti permette di capire quali sono le differenze proprio a livello ambientale. In Italia, secondo me, sulla strada dei Go!Zilla si offrono tra dieci-quindici situazioni possibili, nelle città più grandi. Poi per il resto diventa necessario suonare all’estero, per non finire a suonare in posti dove non capiscono ciò che fai, per mancanza di interesse.

 Go!Zilla

Ho notato spesso, infatti, che l’italiano medio è quello che va ad un concerto solo se conosce la band e raramente si apre alle novità. Da quando vi ho conosciuto, ho sempre pensato che foste una delle migliori band in circolazione. In Italia, non sempre il successo è determinato dalla qualità, tutt’altro. Quale pensi sia il problema del fruitore medio di musica in Italia? 

Secondo me, un po’ dipende anche dal momento politico che stiamo attraversando. Non voglio entrare nei dettagli, ma gli stessi “attori” che scendono in campo ogni giorno non si lanciano in una scelta diversa. Non si pone attenzione a quale possa essere il futuro, la cultura o l’educazione, lì dove dovrebbe nascere l’interesse del buon cittadino. Il nazionalismo diffuso fa parte di questi vari problemi. Allo stesso tempo, la cultura musicale italiana si limita al cantautorato.

In America il genere che fa più numeri è l’hip hop, e lo stesso accade in Francia, ma in entrambi i casi si manifesta fortemente l’underground, che permette a molte band di crescere. In Italia, purtroppo, al di là del cantautorato (tra l’altro rispettabilissimo, seppure io non ne sia un fruitore), si è legati tramite vari format ad un “giudizio”, a fare delle classifiche. Se sono utili, ben vengano, ma purtroppo sembra solo una competizione sterile. La musica non è come il calcio. Diciamo che questo è uno dei problemi principali.

 

Un altro grosso problema in Italia è l’inglese. Scrivere testi in un’altra lingua e fare qualcosa di unico richiede indubbiamente molto lavoro. In che modo nascono i vostri brani? Chi scrive il testo e chi compone la musica? 

Io mi occupo sempre dei testi. Con Mattia Biagiotti, l’altro chitarrista, ci occupiamo della musica o per lo meno dell’idea iniziale. Poi si lavora tutti insieme, come credo avvenga per il 90 % delle band.

I testi che scrivo sono gli unici argomenti di cui potrei parlare, perché raccontano ciò che accade intorno a noi. Modern Jungle’s Prisoners è una specie di concept in cui descrivo quello che sta realmente succedendo ora, del sentirsi come in una giungla circondati dai social che ti fanno perdere il contatto con la realtà.

Per quanto riguarda la scelta dell’inglese, quella è semplicemente nata da un’esigenza comunicativa, nonostante l’italiano non ti precluda tutte le porte. Poi, chissà, magari in futuro farò un disco in italiano, non con i Go!Zilla ma con qualche progetto parallelo. L’inglese ci ha aiutato ad esibirci in tutto il mondo. L’ho scelto anche perché ho voluto unire le mie due passioni nella vita: suonare e viaggiare. Ho iniziato a lavorare subito dopo aver finito l’università, e grazie ai Go!Zilla sono riuscito a coniugarle .

      Go!Zilla

A distanza di tre anni da “Sinking in The Sea”, il 28 settembre  è uscito “Modern Jungle’s Prisoners”, vostro terzo lavoro in studio.  In quest’album, oltre al garage punk e alla psichedelia, già presenti anche nei precedenti, si aggiungono sonorità acid rock e afrobeat. Mi sembra, dunque, opportuno chiederti quali siano le vostre principali influenze. 

A livello generale e di gruppo, in principio i Go!Zilla (dal 2011 al 2013, per intenderci) si rifanno ad una musica “nuova” proveniente dall’America e legata alla psichedelia. Una musica influenzata dal garage, dagli anni ’60, da un certo pop, dai Beatles e dai Rolling Stones.  Una scena che stava crescendo in quegli anni e di cui presto mi innamorai.

La fortuna, poi, di trovarmi in quel posto in un periodo in cui le cose stavano nascendo in maniera armonica e indipendente rispetto a ciò che succedeva nel resto del mondo. Ciò ha fatto in modo che tornassi a casa, scrivessi brani per i Go!Zilla e mi trovassi nel bel mezzo di una nuova ondata musicale. Quindi, volente o nolente, noi eravamo il gruppo italiano che faceva quella roba lì. Eravamo nati nel momento giusto, e,  anche se il posto non era proprio quello giustissimo, ciò ci ha permesso di girare l’Europa. La musica è anche questione di tempistica. Eravamo anche stanchi di quello che facevamo prima, quando eravamo solo in tre, io Mattia e Fabio.

Dal 2014 al 2017 siamo diventati quattro. Da lì poi siamo cambiati ulteriormente, aggiungendo basso e sintetizzatori. Le nostre ispirazioni per questo disco sono legate ad un aspetto all’“italiana”, quello delle colonne sonore nell’ambito horror (come ad esempio quelle di Dario Argento). Abbiamo riascoltato queste cose e ci siamo chiesti da dove provenissero. Ci ha dato una mano al riguardo Enrico Gabrielli (dei Calibro 35). Una serie di influenze che seguono un discorso abbastanza spontaneo. Ci siamo sentiti di fare qualcosa di più rock, necessitavamo una nuova via di trasmissione.

 

Dunque, si aggiunge anche un altro tassello nel vostro mondo : le soundtracks. I pezzi sono leggermente più lunghi rispetto agli album precedenti e c’è un inserimento di intermezzi musicali. Pensando alle soundtracks dei film, c’è qualche soundtrack in particolare a cui i Go!Zilla sono legati? 

Ti risponderò in due modi. Qualche anno fa è uscita una band che ci ha molto interessato dall’Inghilterra, i Fat White Family. Una band che mixava questo ambito horror con quello rock. Le loro produzioni ci ricordavano una colonna sonora. Diciamo che, negli ultimi anni ho comprato molti dischi, tra cui Egisto Macchi, Piero Umiliani, lo stesso Morricone.

La cosa che mi ha fatto veramente piacere, e ti assicuro che non è stata indotta, è successa a Berlino. Poco prima della data, mi è stato citato “Mulholland Drive” di Lynch. Ora non è che ci siamo messi a fare Lynch, l’idea era di cercare di mettere qualcosa che fosse cupo e inseribile con immagini. È stato molto bello. Se dovessi citare delle colonne sonore, citerei “Mulholland Drive” anche per la canzone finale spagnola.

 

Ritorniamo sul concetto di immagini, anzi di luoghi. C’è un posto più adatto di altri per ascoltare “Modern Jungle’s Prisoners” e perché? 

Questa è una bella domanda. Ti dirò, c’è un gioco di base tra le parole “modern” e “jungle”, tra la giungla moderna e quella reale. Le percussioni volevamo rimandassero anche alla giungla vera e propria. Non saprei rispondere con precisione, in ogni caso mi piacerebbe immaginare una giungla urbana, ad esempio una Milano. È una città in cui è facile perdersi, sentirsi sempre più solo, anche rispetto a Roma. Ho amici sia a Roma che Milano, ma Roma è più accogliente. Quindi immagino una Milano circondata dalle piante, nella quale il cittadino, nel rapporto con le persone e con l’ambiente, fatichi a venirne fuori. È una metafora anche dei Go!Zilla. Di noi che non siamo mai riusciti a trovare qualcuno in Italia che credesse tanto in noi, come è successo in Francia.

 

Milano magari è più “fredda” anche perché è più proiettata verso l’Europa, verso nord. 

Sì, infatti, io tendenzialmente preferisco Roma. Ma per l’album mi verrebbe in mente più una città come Milano.(ride ndr)

 Go!Zilla

Parliamo della copertina dell’album, che è stata realizzata da Thomas Hoepker. Per la prima volta si tratta di una foto, a differenza di “Sinking in The Sea” e “Grabbing a Crocodile”. Raccontateci cosa rappresenta per voi e quanto conta concettualmente la copertina di un album. 

È molto importante secondo me, perché è la prima cosa che una persona vede, senza conoscerci. Da sempre, la musica ha avuto questo connubio tra presentazione visiva e auditiva. Al giorno d’oggi, con ancora più uscite, sempre meno pubblicità, è importante fare qualcosa che salti all’occhio. Il disco in un negozio deve balzare all’occhio, che sia dei Radiohead o dei Go!Zilla.

Fino ad oggi ci siamo affidati a dei personaggi diversi. Questa volta, Federico, il bassista, mentre parlavamo dell’idea del disco, aveva trovato una foto su internet di Thomas Hoepker, che tra l’altro era diventato famoso per una foto scattata l’11 settembre 2001. Guardandola, mi sono reso conto che era esattamente ciò che volevo trasmettere e gli altri ragazzi a ruota hanno avuto la stessa sensazione.

 

Quindi è quasi come se fosse nata prima la copertina e poi il titolo del disco 

Sì, diciamo che sono andate di pari passo, perché volevamo riuscire a dare un senso di unicità. Alle volte ciò che viene a mancare alle band è il fatto di riuscire a far calare l’ascoltatore in un ambiente in cui possa capire cosa stai facendo. Stiamo cercando di dare degli “assist” ai nostri fan. 

 

Ho avuto la sensazione che ogni vostro album raccontasse un viaggio differente. Mi sbaglio? 

Innanzitutto grazie, sono contento che ti abbia creato questa idea. Sinceramente sì, è un discorso giustissimo, perché se non altro rappresenta tre momenti diversi della mia vita e degli altri. Ogni momento segna un cambiamento nella vita. Con il primo disco “Grabbing a Crocodile” avevamo proprio l’urgenza di mettere questo lavoro nero su bianco il prima possibile. Avevamo la voglia di esprimerci in prima persona. Con quello dopo,“Sinking in the Sea”, eravamo diventati in tre e volevamo dire qualcosa in più, anche a livello strumentale, una chitarra era poca. Ogni disco ha cercato di trasmettere qualcosa di diverso. Il primo, che tra l’altro è preceduto da un EP, ma sostanzialmente si tratta degli stessi brani riregistrati, è un album di denuncia verso la mia situazione. C’ero io che volevo uscirmene dall’Italia. Stavo passando un momento frustrante e volevo raccontarlo.

 

Spesso accade che, ascoltando una canzone altrui, si desideri fortemente fosse frutto del proprio sacco. Quale brano avresti voluto aver scritto voi? 

Recentemente sono andato a vedere gli Smashing Pumpkins a Bologna. Diciamo che “1979” sarebbe un pezzo che avrei voluto scrivere. Mi piace molto anche la scena 90s.

 

Gli anni ‘90 sono sempre una spanna avanti agli altri. 

Esattamente. Sai, i dischi dei Go!Zilla sono anche figli di grunge ascoltato e vissuto. Quando siamo andati a Seattle, puoi immaginare, è stato bellissimo.

 

Ritorniamo a “Modern Jugle’s Prisoners”, anzi al primo singolo estratto “Demons are Closer”. Per quale motivo avete scelto questo brano? 

Era semplicemente quello che ci dava l’idea di essere un po’ più singolo, ma soprattutto era quello che facesse immaginare più l’aspetto del disco. Anche il video fa lo stesso. Per il prossimo singolo..

 

.. che io spero sia “Evil is Satisfying”.. 

Esattamente quello! Abbiamo finito il video, ma qui non ci siamo noi. Probabilmente uscirà a dicembre.

 

Diamo qualche appuntamento ai lettori 

In Italia saremo quasi tutti i weekend.  Il 23 Novembre saremo ai Magazzini sul Po a Torino e poi ci aspettano due date in Europa, una in Svizzera ed una a Monaco.

A gennaio poi dovremmo tornare in Germania e Francia.

 

 

La mia chiacchierata con Luca dei Go!Zilla termina qui.

E’ stato fantastico fare quattro chiacchiere con lui. Quello che posso consigliarvi ora è di andare a vederli live, perché sono pazzeschi.

 

 

Assunta Urbano

Esploriamo la giungla urbana dei Go!Zilla | intervista con Luca Landi ultima modifica: 2018-11-19T16:43:47+00:00 da Assunta Urbano