MUSE | Simulation Theory: un insipido sapore rétro wave

EIGHTIES MUSE

È passato un anno dall’uscita di Dig Down, canzone che ha poi lanciato Simulation Theory, nuovo lavoro discografico dei Muse. Già dal primo ascolto si poteva percepire un lieve cambio di direzione. A distanza di un anno arriva ufficialmente l’annuncio del nuovo album, accompagnato dal singolo Thought Contagion, e da lì la conferma di dove il trio avesse indirizzato le sue mire, ossia un tuffo nei favolosi anni ’80.

Ebbene sì, anche i Muse hanno intrapreso la via degli eighties, della cosiddetta vaporwave. Stilisticamente non è una pecca, anzi, i video sono ben realizzati, l’artwork è una riproduzione del film “Ready Player One” di Steven Spielberg, di conseguenza visivamente è affascinante. Il difetto è che, da egregi musicisti come i Muse, ci si aspettava qualcosa in più a livello qualitativo, e soprattutto di originale.

Non che il precedente Drones lo fosse, ma perlomeno avevano trattato un tema trasportandolo musicalmente alla loro maniera. Qui, più che nel loro mondo, sono stati trascinati in un genere ormai abusato. Nonostante non fossi del tutto convinto del concept, da un lato mi ha incuriosito, perché parliamo di una band che – nei suoi primi anni di carriera – ha dato contributi importanti alla scena rock.

Alla fine, questo viaggio spaziale e cyberpunk non è del tutto negativo.

Muse Simulation Theory

SIMULATION THEORY

Algorithm è un’ottima intro: i sintetizzatori ed i violini prendono il sopravvento, teletrasportandoci immediatamente in questo universo pennellato di blu e rosa shocking. I synth seguono su The Dark Side, non aggiungendo nulla, se non un ritornello più assimilabile e dei suoni più vicini al pop anni ’80. Pressure si distacca proponendo un riff hard rock misto al pop, risultando il pezzo più ballabile e “cool” del disco. Il video è un chiaro omaggio ad una scena di “Ritorno al futuro“.

Propaganda e Break it to Me sono le tracce più interessanti, a mio avviso, per via di una ricerca nei suoni meno scontata. Entrambe hanno un’influenza big beat, con venature country nella prima ed orientali nella seconda. Purtroppo, dopo un paio di buoni momenti, l’opera non acquisisce una linea stabile. Something Human è una semi-ballad pop scialba che stona con tutto il resto. Thought Contagion si salva solo rispetto le seguenti Get Up and Fight e Blockades.

La già accennata “Dig Down” è composta da elementi semplici: wah alla Madness, drum machine, clap e cori simil-gospel. Tutto sommato formulano una canzone gradevole.  The Void si riallaccia all’introduzione, e si percepisce maggiormente il wave synth dal gusto rétro, simile a quelle sigle dei film/serie tv di quegli anni. Se tutto il disco ha un tono leggero, in quest’ultima si sente quel pizzico di malinconia per cui abbiamo amato il trio inglese.

L’ERA DEL REVIVAL

Nel complesso di Simulation Theory si salva ben poco. Ciò che fa storcere il naso è che i Muse abbiano preferito spogliarsi di quella serietà e complessità, che da sempre li contraddistingue, scegliendo una via più semplice. Il risultato non è stato dei migliori.

Aggiungo che il revival inizia anche ad essere un po’ seccante. Viviamo in un’era caratterizzata sempre più dall’effetto nostalgia. Certo, rivivere il passato non fa male, ma se questa idea deve ripercuotersi su qualsiasi forma d’arte, cinema o musica, si finisce per scadere nella banalità.

Matthew, Chris e Dominic continueranno sicuramente a farci sognare dal vivo, ma, forse, sarebbe meglio liberare un attimo il presente da questo passato simulato.

 

Emanuele Grillo

MUSE | Simulation Theory: un insipido sapore rétro wave ultima modifica: 2018-11-22T13:19:20+00:00 da Emanuele Grillo