Narcos: Mexico, Netflix sforna una nuova perla

Spin-off (?)

Ogni volta che termino di guardare una stagione di Narcos mi domando cosa avrebbero potuto fare in più, e la risposta che elimina ogni dubbio la trovo nella stagione successiva.

Il finale del terzo capitolo ci aveva lasciato con uno Javier Peña pensante alla sua nuova meta, il Messico, ed io che mi interrogavo sull’inutilità di un ulteriore seguito. Ma i piani della produzione Netflix cambiano, portando “Narcos: Mexico” a diventare una specie di spin-off. Più che di “spin-off”, infatti, parlerei di un racconto parallelo a ciò che succede in Colombia durante il periodo di dominio del cartello di Medellìn.

Secondo il mio parere, questo cambiamento ha giovato alla serie. Anche stavolta i creatori (Carlo Bernard e Doug Miro) sono riusciti a sorprendermi, alzando l’asticella della precedente e senza far rimpiangere minimamente l’assenza di Pablo Escobar, interpretato da un maestoso Wagner Moura.

Sono stato totalmente immerso in questo racconto del Messico dei primi anni ottanta, e fidatevi… Netflix ha confezionato una vera chicca.

Narcos: Mexico

MEXICO 1980

Sentite, non so dire come finisce la guerra della droga, Cavolo! non so neanche dirvi se finisce, ma so dirvi come è cominciata

 

La voce fuori campo dell’agente Jaime Kuykendall (Matt Letscher) ci riporta tra le terre messicane nel 1980, facendo capire sin dall’inizio che purtroppo non finirà del tutto bene, e mostrando il protagonista: l’agente della DEA Enrique Camarena, detto “Kiki” (Michael Peña). Dall’altro lato troviamo il signore della droga Miguel Ángel Félix Gallardo – per tutti Félix (Diego Luna) – soprannominato “El Padrino” una volta salito prepotentemente al potere.

Tutto nasce in una zona conosciuta come il “triangolo d’oro” che collega Durango, Chihuahua e Sinaloa, dove è concentrata la maggior produzione di marijuana e papavero d’oppio del Messico. Félix Gallardo vuole creare un mercato, e ben presto fonderà il cartello di Guadalajara, spazzando via ogni piccolo narcotrafficante nel resto del paese. Fondamentale sarà l’aiuto del suo collaboratore Ernesto “Don Neto” Fonseca Carrillo (Joaquín Cosío) e Rafael Cara Quintero (Tenoch Huerta) che porterà a Guadalajara la sua esperienza di coltivatore, convincendo così la piazza ad approvare un tipo di marijuana senza semi, la sensimilla. La sola distribuzione della sensimilla, nonostante sia la sua fortuna, è ancora troppo poco per Félix e l’esasperata scalata al potere porterà a tragiche conseguenze.

KIKI E FÉLIX: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

In Narcos: Messico non esistono né buoni né cattivi. O meglio, il protagonista principale, Kiki, non lo si può definire completamente buono. Certo, lui sta nel giusto, ma condivide con Felix l’ossessione di dover dimostrare qualcosa. Quest’ultimo è sopraffatto dalla sete di potere, mentre il primo ha voglia di riscatto nel proprio lavoro. La serie mette in risalto questo parallelismo, anche se i due protagonisti non si incontrano mai prima di uno degli ultimi episodi.

Narcos: Mexico

LA FORZA DI NARCOS

Credo che uno dei punti più forti dell’intera serie sia la caratterizzazione dei personaggi, sempre credibili e mai macchiettisti. Diego Luna per tutta la serie può sembrare inespressivo, ma in realtà è un volto perso in un mondo, quello del commercio della droga, fin troppo grande anche per un uomo acuto come lui. Quasi come se avesse dimenticato i suoi principi morali, ad un tratto agisce solo per salvarsi da quelle persone ancora più potenti.

Vedere Michael Peña in un ruolo esattamente opposto rispetto all’ultimo film in cui l’ho visto, cioè Ant-Man, è stato “strano” e ne sono rimasto positivamente sorpreso. Peña riporta egregiamente in vita l’agente Camarena. Anche i comprimari sono ben resi – seppur con meno minutaggio. In particolar modo spicca Rafa Quintero. Da menzionare la sua passione per il film di culto “Scarface“, e varie citazioni che faranno sorridere soprattutto i fan dell’opera di Brian De Palma.

Narcos: Mexico

Il ritmo narrativo è come sempre adeguatamente equilibrato. La prima parte è volutamente un po’ lenta, abituando lo spettatore a vivere ogni situazione con dei tempi abbastanza dilatati, ma senza mai annoiare. La serie acquisisce un crescendo di pathos, con colpi di scena dosati perfettamente e momenti al cardiopalma. Il tutto è riprodotto grazie ad una regia tecnicamente straordinaria, come ad esempio la scena della retata nel disteso campo di sensimilla. Un lunghissimo mare verde che, in un certo senso, crea disagio. Suggestiva e spettacolare.

UN “NUOVO” INIZIO

Il finale “inconcluso” dà inizio ad  una nuova serie, con nuovi capitoli e svariate vicende da raccontare, tra cui quella di Joaquín Guzmán – conosciuto come “El Chapo” –  che da autista di Félix Gallardo è divenuto uno degli uomini più ricchi del mondo. La guerra messicana della droga è un conflitto armato tutt’oggi ancora in corso. Insomma, Narcos: Messico è quasi perfetta e merita di essere vista; forse il suo difetto può essere quello di celebrare questi criminali? No, nessuno viene mitizzato, anche se a tratti può sembrare di provare empatia. Tutt’altro, qui – ancor più delle precedenti – viene messo in mostra il vero “antagonista”, ovvero la corruzione del sistema, che favoreggia l’ascesa della criminalità organizzata.

 

Emanuele Grillo

Narcos: Mexico, Netflix sforna una nuova perla ultima modifica: 2018-12-10T12:03:49+01:00 da Emanuele Grillo