I Ministri | Tempi Bui: la recensione a dieci dall’uscita

Ministri - Tempi Bui

IL MINISTRO DEL TEMPO

Tredici anni fa, da qualche angolo urbanistico di Milano, tre ragazzi si apprestavano a far conoscere la loro musica. Quei tre ragazzi sono I Ministri, nati da quell’indie/alternative rock italiano (non il calderone indie che conosciamo oggi) figli degli Afterhours, Tre Allegri Ragazzi Morti, Marlene Kuntz, Verdena.

La band sin dagli esordi viene a contatto con una major – la Universal Music Group – e dopo tre anni di attività, il 6 febbraio 2009, pubblicano quello che, secondo il mio parere, si può definire il miglior album della band: Tempi Bui. Sono passati ben dieci anni dal disco che li ha lanciati come una delle migliori novità nel panorama alternativo, portandoli, in quello stesso 2009, ad aprire il concerto dei Coldplay allo Stadio Friuli di Udine.

Tempi Bui è (quasi) un concept sul tempo, uno sguardo al passato, presente e futuro, dove ascoltando e chiudendo gli occhi possiamo “vedere” scorrere le immagini di persone che raccontano le proprie storie sulla difficoltà della vita. Parole impresse da quest’anima che girovaga tra le strade, parla con il popolo, osserva e le ascolta.

I Ministri - Tempi Bui

“Davvero, vivo in tempi bui” – Bertolt Brecht

La title track è stata una dei primi singoli estratti, oltre che una delle canzoni più acclamate e rappresentative de “I Ministri”. Nei primi secondi l’innalzar del vento anticipa la voce di Divi (Davide Autelitano), facendoci avvertire la cupezza, ma anche l’aria malinconica che convive nell’intero disco.

I tedeschi sono andati via/ Come faremo ora a liberarci/ Non possiamo neanche uccidere il re/ Perché si dice siamo noi i bersagli

Una frase che racchiude il senso del titolo, la crudeltà delle tematiche affrontate mediante riferimenti velati.

Tra una canzone e l’altra, vengono intonati dei canti popolari. Segue così “Bevo“: riff spedito, potente e divenuta anch’essa un must. Se siete stati ad un concerto de “I Ministri” avrete sicuramente sentito urlare da qualcuno il coro “bevo, bevo, bevo” (sì, oltre a Uomini Soli). Una canzone di pura adrenalina, sicuramente lo è, ma Bevo non è solo ciò. Non vuole incitare all’uso sproporzionato dell’alcol, tanto meno mitizzarlo. L’intento, piuttosto , è quello di ironizzare sulle inutili pubblicità progresso. L’alcol è la soluzione a tutti problemi? Homer Simpson direbbe sì, Matt Groening no.

Il futuro è una trappola” è una canzone lenta alternata ad un forte ritornello. Synth, violoncelli e percussioni, ci consegnano un pezzo tra cantautorato e punk, che raggiunge il culmine con la voce femminile sul finale. Splendida.

La faccia di Briatore” è violenta e pop, con riff alla Foo Fighters e un intermezzo da spiaggia accompagnato da squilli di trombe. Notevole lo scream finale. Di certo il faccione di Flavio Briatore non funziona più come dieci anni fa, però oggi potremmo sostituire il suo nome con un altro, dato che siamo sempre noi i responsabili dei contenuti dei nostri tempi. E di questi tempi ci sarebbe l’imbarazzo della scelta.

Ed è come se non avessi mai deciso niente

Arriviamo a “Il Bel Canto“, ballad capolavoro –  se non il capolavoro – divenuta un inno ai loro concerti. Il testo è un flusso di coscienza ed un’altra analisi sulla propria impotenza di fronte ai mali della società. Più scorrono i minuti, più il pugno va a fondo.

La casa brucia“, dotata di una venatura decisamente metal, parte invece con una rivisitazione di Pinocchio di Luigi Comencini, suonata al pianoforte. Diritto al tetto“, presente già nell’Ep “La piazza” pubblicato un anno prima, è un altro dei pezzi più famosi del trio milanese. Un grido di aiuto per chiunque non ha un tetto.

Forse te l’hanno detto già, scappiamo su a Berlino

Berlino 3” è un testo d’amore verso una bellissima città; Berlino come modello di rinascita. In un certo senso è sempre stata la seconda casa de I Ministri. Durante l’intermezzo, gli strumenti si placano, il pulito della chitarra viene accompagnato dalla voce calda di Divi, fino a dissolversi in un caos di suoni. A dir poco da brividi.

E se poi si spegne tutto” è un triste canto apocalittico; la visione di uno scenario desolato, popolato da lupi. Vicenza (La voglio anch’io una base a)” è un riferimento alla base dell’esercito degli Stati Uniti, situata proprio a Vicenza. Prima o poi avremo anche noi la nostra base americana. Folle e maledettamente punk.

Il disco si conclude con “Ballata del lavoro interinale“, un brano al pianoforte di Deandreiana memoria, che richiama quello stile anni Sessanta/Settanta.

I Ministri - Tempi Bui

Dieci anni di Tempi Bui: Frammenti di un popolo

Nel complesso, sotto il punto di vista tecnico la produzione è molto buona, tranne il suono della batteria, abbastanza chiuso. Si percepisce una maturazione rispetto al lavoro precedente, “I soldi sono finiti“. Volendo sintetizzare il pensiero, definirei il tutto come cantautorato dei bei tempi miscelato perfettamente al rock moderno. I brani de “I Ministri” hanno quasi sempre offerto spunti interessanti di riflessione, in cui ognuno potesse cogliere diverse interpretazioni. Ma in questo secondo album sono raccontati frammenti di vita vissuta di generazioni. E dopo dieci anni, Tempi Bui è ancora un album estremamente attuale. Qualcuno potrebbe aggiungere “purtroppo”, invece io vi dico non posate l’ascia a primavera.

<< Veramente vivo in tempi bui >>

 

Emanuele Grillo

I Ministri | Tempi Bui: la recensione a dieci dall’uscita ultima modifica: 2019-02-06T17:56:27+02:00 da Emanuele Grillo