Dumbo: Tim Burton fa volare di nuovo l’elefantino Disney

Dumbo è tornato!

Walt Disney continua a rinfrescare i suoi classici, ed in questo caso l’elefantino volante viene affidato alla regia di Tim BurtonIl film, nelle sale italiane dal 28 marzo, non è un semplice adattamento cinematografico della storia scritta da Helen Aberson ed illustrata da Harold Pearl.

Basti pensare che il Dumbo del 1941 è assai breve (poco più di un’ora), contro i 130 minuti di questa nuova versione. Realizzato con una tecnica mista, che unisce il live-action alla tecnologia CGI (Computer-generated imagery), Burton riunisce intorno a sé vecchi amici. Ci sono Michael Keaton, Eva Green, Danny DeVito, Alan Arkin. Colin Farrel, nel ruolo del protagonista, invece, viene diretto per la prima volta dal regista statunitense.

La sceneggiatura non originale è firmata da Ehren Kruger, che è anche tra i produttori, mentre le musiche sono composte da Danny Elfman (già collaboratore di Burton). Anche Elisa presta la sua voce per il brano conclusivo Bimbo Mio, la colonna sonora del Dumbo del 1941, rivisitato un po’ più alla “Tim Burton”.

Quelle orecchie devono sparire!

Come anticipato, il remake di Burton si differenzia dal cartone originale. Tornano molte delle tematiche centrali del classico Disney, che nella sceneggiatura di Kruger però si trasformano nella premessa narrativa di un Dumbo tirato a lucido.

C’è sempre il lungo treno circense dei fratelli Medici ad aprire il film, ma nessun animale parlante. Dumbo comunica tutta la sua emotività attraverso grossi occhioni azzurri e la storia si arricchisce di nuovi personaggi umani che divideranno la scena con l’elefantino realizzato in CGI.

Troviamo in primis Milly e Joe (Nico Parker e Finley Hobbins all’esordio) due bambini che, dopo aver perso la madre, ritrovano il padre Holt (Colin Farrell), ex acrobata circense tornato dalla guerra senza un braccio.

Dumbo

Il proprietario del piccolo circo Max Medici (lo stralunato Danny De Vito) affida alle cure di Holt il piccolo elefantino appena nato.

Quelle orecchie devono sparire”, gli ordina Max Medici.

Quando i figli di Holt scoprono che Dumbo può volare, il piccolo circo conoscerà un’improvvisa popolarità, attirando addirittura l’attenzione del ricco Vandevere, proprietario di Dreamland, un parco dei divertimenti grottesco. Da questa parte in poi la visione burtoniana prende il sopravvento e si allontana dal film originale.

Mentre il piccolo Dumbo soffre l’allontanamento dalla madre, Vandevere e l’artista trapezista Colette Marchant (la sempre bellissima Eva Green) si gettano a capofitto nell’impresa di trasformare lo speciale elefantino in una stella per trarne il maggior profitto. Ben presto, Holt e la compagnia del piccolo circo Medici scopriranno che la scintillante facciata di Dreamland racchiude in sé avidità ed insensibilità.

Burton lascia quindi intatta la figura principale di Dumbo, dalla quale estrapola una morale più che mai contemporanea, che travalica ogni confine geografico e temporale. Un “vissero felici e contenti” molto emblematico per i tempi che stiamo vivendo.

Il regista, inoltre, ha mantenuto alcune scene del classico Disney, apportando delle piccole modifiche. Mi riferisco alla scena del treno circense in partenza e a la cicogna che annuncia l’arrivo del piccolo elefantino. Resta invece, quasi immutata la sequenza delle bolle, con l’unica differenza che non è la conseguenza dell’ebrezza di Dumbo, bensì di una visione onirica nata nella mente dell’elefantino.

Dumbo

Nessuno vuole stare solo

Tim Burton, con Alice in Wonderland nel 2010, è stato il primo a dare il via alla mania cinematografica dei remake dei classici Disney. Considerando che proprio alla Disney ha mosso i primi passi come animatore, non stupisce che gli sia stata affidata la regia di un classico come Dumbo.

Il personaggio di Dumbo si inserisce alla perfezione nello stile cinematografico burtoniano, che tende a sviluppare, per l’appunto, il personaggio dell’outsider, frutto dell’emarginazione provocata dal rapporto mostro-uomo.

Con l’aggiunta del suo universo a quello dell’opera originale, Burton ne ricava una favola dalle tinte dark che lascia intravedere un riscatto. L’umanità che ruota intorno al piccolo Dumbo è di doppia natura: da una parte quella frutto di un capitalismo embrionale di inizio Novecento, che mostra già la sua bestialità; dall’altra la sana e pura genuinità fanciullesca, che sembra possa essere l’unica a superare i limiti della superficialità.

Ed è probabilmente per questo che alla fine, più che protagonista del film, Dumbo diventa, nelle mani di Burton, il motore principale della narrazione. L’ampio spazio concesso alla componente umana crea un parallelismo tra la condizione di Dumbo e le vicende che ruotano intorno all’animaletto.

Lo spettatore tende ad immedesimarsi nei personaggi umani, mentre ci si affeziona a Dumbo. Ciò denota come Burton abbia voluto totalmente reinterpretare la storia, lasciandosi soltanto ispirare da quello che fu il film del 1941. E se è vero che le scene cult risultano inevitabilmente meno emozionanti in questo remake, Dumbo con i suoi profondi occhioni azzurri, con i quali viene gettato nell’oceano della bestialità umana, colpisce dritto al cuore.

 

Luciano Calandro

Dumbo: Tim Burton fa volare di nuovo l’elefantino Disney ultima modifica: 2019-03-29T19:08:08+02:00 da Luciano Calandro