1969: l’anno magico di Achille Lauro con dieci lustri di ritardo

Dopo le fatiche del Sanremo, il buon Achille Lauro – al secolo Lauro De Marinis – si è speso in un serrato impegno volto alla messa a punto degli ultimi dettagli per il suo quinto album in studio. La raccolta si intitola 1969 ed è un esplicito omaggio all’ultimo anno dei sixties, come dichiarato dallo stesso autore, in quanto contenitore di grandi eventi storici e artistico-musicali.

Achille Lauro
Achille Lauro | 1969 – copertina

Il disco è prodotto da Fabrizio Ferraguzzo, Enrico Brun ed ovviamente da Boss Doms per l’etichetta Sony Music coadiuvata anche dalla piccola ma promettente No Face Agency, scuderia che gravita proprio attorno alla figura di Achille Lauro. Dieci tracce che sottolineano ancora una volta le proprietà ‘mutaforma’ che negli anni hanno contraddistinto il tratto del prima rapper, poi trapper ed oggi pop-rocker romano. Ebbene è questo il miglior pregio del giovane Lauro, ovvero, la costante crescita artistica apparentemente mai legata ad una sola chiave interpretativa, sempre in evoluzione per un progressivo, lodevole cambiamento. Tutto ciò ci farà gridare al miracolo? No! Ma un atteggiamento aperto e tenace va comunque premiato. Dimentichiamo le sonorità trap/latine dello scorso Pour l’Amour (2018), teniamoci la voglia di francese e poco altro: 1969 vira fortemente sul pop-rock con qualche innesto nostalgico.

1969: l’ultimo lavoro di Achille Lauro commentato traccia per traccia.

Chi non avrebbe pronosticato Rolls Royce come canzone numero uno del disco? Difatti. Inutile dilungarsi troppo, la hit sanremese – che gli è valso il nono posto in classifica – la conosciamo tutti. Sappiamo anche delle polemiche mosse da Striscia La Notizia, durante la kermesse, circa la possibilità che la canzone fosse un riferimento alle pasticche di ecstasy. In aggiunta: sfilza di innumerevoli citazioni tra Hollywood e il Rock, oltre che l’inno all’auto di lusso, emblema del vizio e del fasto tipico delle grandi star, sottolineandone in particolar modo gli eccessi. In riferimento a ciò, la storia ci insegna che la sregolatezza ha in alcuni casi portato ad una fine prematura, pure per i più meritevoli. In poche parole: meglio vivere sulla cresta dell’onda che porsi domande esistenzialistiche tipo “di noi che sarà?”. Certi quesiti è meglio lasciarli a chi può approcciarvisi in modo meno sensazionalistico. Con tutto il rispetto.

Numero due, C’est La Vie. La sagra dell’autocitazione ha inizio così. Secondo estratto a scopo promozionale, il brano sfrutta di tanto in tanto il romanesco per scopi tattico-metrici. Lento. Descrizione di un amore dai risvolti negativi che, ad ogni modo, fa leva sulle debolezze altrui, ascrivibili tutte all’eccesso di sensibilità. Un’esca perfida posta per attirare prima e ferire poi. Achille Lauro stavolta è pop. Bello il testo nonostante lo slalom tra qualche ovvietà sorvolabile e la “N” morbida allitterata nel ritornello che stizzirebbe pure gli animi più sereni. Sono dettagli di poco conto. Per il resto strofa-ritornello, strofa-ritornello, bridge-ritornello… mmm… basta questo per zittire chi usa a sproposito il termine “innovatore”.

Terza canzone e ancora sotto col senso di ridondanza: Cadillac. Se non nei titoli, nella prosa, le auto (ma mai le utilitarie) sono presenti ovunque in 1969. Il pezzo prende, è ritmato e dotato del riff giusto. Purtroppo il desiderio irrefrenabile di proporre in lista amorfa una serie di marchi, aziende e quant’altro non è il massimo ma i contrappunti eclettici funzionano in musica e perdoniamogli la pronuncia orripilante di “Cadillac”, con duecento “L”, mentre il suono palatale delle consonanti “GL” cerca vendetta. Achille Lauro dice di proporre qualcosa che richiami il passato, ma con uno sguardo al futuro. Qui sembra la sagra degli anni ‘90, malgrado nel testo si faccia chiaro riferimento ai ‘70. Brano tutto suoni e con ben pochi riferimenti lirici.

Achille Lauro

Il ruolo portante della chitarra, in quanto strumento propedeutico, si consolida e in Je t’Aime lo si percepisce maggiormente. Anche se il pezzo è incentrato sul ‘beat’ con deriva verso il ‘dance’. Il vero titolo potrebbe essere “non ci fermiamo mai”, in riferimento al moto perpetuo che si apprende e si racconta nei tre minuti e mezzo di riproduzione.

Zucchero. L’arpeggio andante è forse l’unica linea di demarcazione definita. Tra le ormai devastanti ripetizioni, si affronta il tema della vita, come fronteggiarla, come osservarla, come metabolizzare quella che abbiamo già vissuto. Sulla falsa riga di quanto già accaduto per Rolls Royce, qui le allusioni si sprecherebbero e gli innesti reggaeton sulla fase ritmica aiuterebbero i voli di fantasia, tuttavia tra mille vaneggiamenti delle parole c’è un estratto sul quale vale davvero la pena perderci un minuto. Riporto testuale:

Voglio entrare, sì, e ‘sti stronzi stendano il tappeto. Assomiglia ad un angelo in terra col diavolo dietro. Ho avuto crisi di nervi, crisi d’affetto. Conosco un passaggio segreto, porta all’inferno, tutto il resto è noia, tutto è niente in eterno. (…) Io e te siamo un cielo nero, cielo di stelle. Sì, l’amore è cieco, ma le stelle le stesse. Sai che questa rosa di soldi è in eterno. Anche se il mio cuore cancellerà il resto”.

1969, title track. Attraverso dei fatti storici noti – vedasi allunaggio dell’Apollo 11 nel Luglio dello stesso anno – Achille Lauro delinea uno spaccato della sua vita e della propria madre. Senza entrare troppo nei dettagli emotivi, ma soffermandosi su quelli effimeri, l’autore descrive come cambia il quotidiano una volta raggiunta la notorietà e il benessere, in confronto ad un trascorso non proprio luminoso. Riferirsi alla madre in modo diretto conferisce alla canzone quel pizzico di umanità che fa riflettere.

Roma. Il ritorno alla trap, sia per forma che per contenuti, smuove un po’ le cose e restituisce all’ascoltatore un prodotto sicuramente più riuscito, dove con facilità si comprende quanto Lauro riesca ad esprimersi al meglio delle sue potenzialità. Canzone armonicamente interessante, non farà gridare al miracolo, ma, nel contesto, sa offrire qualche spunto non del tutto prevedibile.

Achille Lauro

Sexy Ugly. Lo sappiamo noi, lo sa bene anche lui. Una canzone che si poteva estromettere con tutta la serenità di questo mondo senza fare del male ad anima viva. Sostituire il testo con la lista della spesa avrebbe trasmesso più emozione. Al quinto album in studio e con un’identità artistica già ampiamente consolidata e ‘forte’, poteva risparmiarla, se non per egli stesso, almeno per noi ignari ignavi ignobili.

La coda di 1969 non regge il confronto col resto del disco. Delinquente si salva dalla mattanza innescata col brano precedente grazie al piglio un po’ punk, un po’ rock che si innesta nell’economia dell’LP raggiungendo un suo perché. Sostenuta, orecchiabile, piacevole.

Il sipario si chiude con malinconia. Scusa mitiga le sensazioni non proprio positive degli ultimi minuti e, nonostante la stilla che stenta a lasciare i dotti lacrimali, promuove una visione dualistica del sentimento “amore”. Frizioni di coppia che storpiano gli affetti trasformandoli in sedicente odio. Ci si potrebbero scrivere volumi e volumi.

1969: I miei due spicci.

1969 di Achille Lauro è un disco che si lascia ascoltare (quasi) per intero al netto dei suoi pochi problemi. Senza voler e poter esagerare, bisogna dire che è un album musicalmente complesso, rispetto alle solite basi campionate che fanno da tappeto a obbrobri chiamati ‘canzoni’, propinateci quali novità dal panorama musicale italiano odierno. Mi si perdonerà la cieca unificazione. Proprio in virtù di questo le braccia cadono rovinosamente quando, con pignoleria, si vanno ad analizzare i testi. Tuttavia ci sono frangenti di buona scrittura, soprattutto quando si liberano le origini stilistiche più aderenti alla trap ed al rap (seppur con le dovute misure cautelari). Prima di ascoltare l’opera non avrei mai pensato che potessi dire quanto fatto poc’anzi. A dirla tutta non ci aspettavamo Leopardi.

Sarò banale e ripetitivo, non credo di essere di fronte ad un miracolo artistico, ma va assolutamente premiata la svolta evolutiva di Achille Lauro. Affacciarsi costantemente a nuove (per lui) dinamiche, assiomi e generi non è quasi mai contemplato nel mondo dei trapper. Volendo dare un riferimento univoco di partenza. Costoro, tendenzialmente, restano barricati fino alla morte nelle loro rispettive comfort-zone.

In definitiva 1969 è un album godibile e adatto ad una vasta platea. Non certo per palati fini, ma senza dubbio sarebbe buono anche per quei bigotti che hanno saputo sbraitare su ogni cosa riguardasse il giovane artista. Io aggiungo solo che con le macchine è il momento di dire basta perché, caro Achille Lauro, hai sfracantato. Tuttavia sono estremamente curioso di scoprire su quali temi e quali forme musicali impronterà il suo prossimo lavoro perché, sia chiaro, non è innovazione ma crescita, e sì, quella porta sempre buoni frutti.

Mario Aiello

1969: l’anno magico di Achille Lauro con dieci lustri di ritardo ultima modifica: 2019-04-25T13:06:35+02:00 da Mario Aiello