GarageVentiNove: Il Male Banale in dieci pregi anticonvenzionali

A poco meno di un anno dall’uscita de Il Male Banale dei GarageVentiNove, proviamo a fare un approfondimento postumo all’opera pubblicata per Overdub Recordings lo scorso Luglio. Riprenderemo velocemente storia e finalità di questo LP che, idealmente, ha avuto un gestazione di più lustri, prima di raggiungere la completa identità formativa e manifestarsi per ciò che è adesso.

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GarageVentiNove | Il Male Banalecopertina

Reminiscenze dal passato.

I GarageVentinove sono tra le band italiane che, probabilmente, hanno osato di più nel panorama post-rock, indie, alternative e new wave italiano. All’epoca della nascita della compagine, nell’ormai lontano 1991, avremmo semplificato il concetto di base con una o due parole. La prima, non a caso, è proprio garage, la seconda invece è underground. Con questi due termini si identificavano scene molto distanti dai crismi commerciali della ‘musica da vendere’ e, di conseguenza, sia le ambientazioni che le scelte sonore hanno da sempre cavalcato soluzioni molto distanti delle composizioni ritornello-centriche di quell’epoca. La ricerca costante e affamata di qualcosa che soddisfacesse il senso artistico, prima del piacere uditivo. Tutto lontano dal giro di quattro accordi e il rigo di canto ultra orecchiabile.

Gli ingredienti primordiali de Il Male Banale.

Con queste premesse, consolidate in poco meno di trent’anni di carriera, l’ex quartetto di tradizione noise rock nato tra Milano e Varese – oggi impreziosito dall’ingresso in formazione della voce di Patrizia S – è riuscito a chiudere un cerchio davvero impegnativo al fine di confezionare la cornice adeguata per l’LP Il Male Banale.

Dopo due Extended Play staccati nel tempo tra loro, le dieci tracce che compongono il debutto nella forma Full Lenght, tagliano fuori quanto poteva non essere più pertinente rispetto al concept che stava nascendo. I GarageVentinove riprendono qualche vecchia canzone passandola al setaccio di questa ‘rinnovata’ impostazione artistica, ne scrivono di nuove e di altre ne reinterpretano le forme. Così sboccia Il Male Banale, un disco che racchiude e suggella un lungo percorso fuori dai radar, in sordina, dove si sublimano le sensazioni estetiche di vecchi e nuovi membri della band.

Primo approccio alle tracce.

Passando dalla forma riflessiva a quella personale, in poco più di due settimane ho avuto modo di interfacciarmi con citazioni e/o omaggi al saggio di Hannah Arendt (La Banalità Del Male). Non credo alle coincidenze e se i riferimenti letterari sono un notevole pregio dell’opera dei GarageVentinove, lo spunto riflessivo non ne è soltanto un successivo automatismo. Siamo di fronte ad un LP che richiede un ascolto diligente. Le migliori sfumature si accarezzano con le dita, strofinandosi a minuzie compositive. La chiave è non abbandonarsi al flusso musicale senza averlo dapprima imbrigliato e scrutato a fondo. Solo in questo modo si può raggiungere la fine del labirinto sonoro di voci e note inciso ne Il Male Banale.

Linee guida ed indizi preziosi per non perdersi.

La forma riprende per sommi capi le tendenze e le influenze che caratterizzano le produzioni dei GarageVentinove. Senza entrare troppo nel dettaglio, terrei a mente solo un paio di riferimenti: Nick Cave su tutti, ma anche Sonic Youth. Attenti a non restare impantanati nella ricerca di questo o quel dettaglio, vi perdereste subito.

Abbiamo anticipato che le canzoni sono spogliate del vezzo ascrivibile alla moda anni novanta, cioè sintetizzatori e compagnia bella. Restano le componenti base del gruppo a tre (chitarra, basso e batteria) oltre a qualche innesto indolore di tastiere, campionamenti e synth. Oggi diremmo che la produzione ha un taglio moderno. Verissimo. Mi chiedo quali termini si useranno in futuro per le stesse conclusioni. Ad ogni modo, sono le due voci la bussola a cui fare riferimento per orientarsi. Anche e sopratutto nei pezzi dal connotato prettamente post-punk.

Il Male Banale: le canzoni in breve.

Si comincia con Hannah A. Unico incipit possibile tra un’infinità a disposizione. L’omaggio a La Banalità Del Male è il solo segno chiaro e sostanziale fornito all’ascoltatore. Il resto è scoperta. Ogni nota contribuisce alla cifra stilistica pensata per delineare un’aria rarefatta, scossa da momenti di imprevedibilità delle dinamiche musicali.

Lievemente più distesa è Labirinti Silenti, scandita dalla voce di Patrizia S e dai contrappunti di Brian K. Il rigo di canto è paradossalmente cullante e fa da colla per gli altri strumenti, dove la batteria di Ciccio Nicolamaria è imperiosa in un’interpretazione tutt’altro che scolastica.

Guarda Più In Là è un brano scolpito dagli arpeggi di strumenti a corda: la chitarra di Ermanno Monterisi ed il basso di Claudio Fusato. La quiete lascia a tratti spazio ad attimi di isteria cronica, breve e intensa, in un groviglio di strutture compositive mutevoli, atte a tirar fuori il meglio dalla formazione a tre dei GarageVentinove (escludendo solo ideologicamente gli interventi delle tastiere e, chiaramente, le due voci).

Nervo Scoperto. Armonicamente spiazzante, sia per le note pizzicate che per quelle intonate, quasi arabesche, se vogliamo. Durante la progressione il cuore musicale trasforma il clima iniziale in un tripudio vivace e sferzante. Dettaglio maggiormente distinguibile facendo un focus sugli strumenti nel loro insieme.

In Down The River si può percepire in lontananza l’ispirazione derivante dall’influenza di Nick Cave. Testo in inglese e andamento orecchiabile ma intriso di grigiore. Anche qui l’arpeggio di chitarra si insinua nel subconscio dell’ascoltatore restituendo una sensazione vicina all’angoscia, nonostante il messaggio dato dalle liriche sia, in definitiva, propositivo.

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L’elemento di conciliazione ne Il Male Banale è dato dal pezzo Ocean. Volutamente gentile e fruibile per un vasto pubblico. La trama sonora meno impegnativa la colloca tra le papabili per il lancio radiofonico e, a parer mio, ci starebbe tutta, anche con buoni risultati. Tuttavia siamo in Italia e non dico altro.

(Precipizio in) Clessidra è uno dei punti più alti della produzione dei GarageVentinove. Il tratto distintivo è innegabilmente rappresentato dalle due voci che si intersecano armonizzandosi e fornendo l’una complemento sintattico dell’altra. Il risultato va assolutamente sentito per essere compreso a pieno.

La deriva creativa, intesa come un sensato allontanamento dal filone principale, ci porta a Mari Gialli. Struttura e piglio rock, potremmo dire che la canzone fa il paio alla precedente Ocean ma commetteremmo un errore. Resta l’intento e l’accostamento figurativo tra le due, non per contenuti ma per resa nei confronti di orecchi pigri.

Qualche campionamento ritmico compare in Unwise Gods. Si sente la prepotenza di un brano composto nei primi anni di attività dei GarageVentinove. La canzone sottolinea l’atteggiamento distopico di un uomo che, di volta in volta, insegue qualcosa per perdere rovinosamente qualcos’altro. Il cane che si morde la coda, chiuso in un loop dal quale ha perso la cognizione degli obiettivi da perseguire e delle conquiste raggiunte. Vivo pronostico dell’attuale concezione sociale.

Kali Yuga è l’ultimo tassello del concept in versi ne Il Male Banale. Tracciando una riga per tirare delle somme semplicistiche, direi che l’opera afferra e ripropone molti aspetti umani, in contrapposizione alle diverse realtà a cui l’individuo si interfaccia. Il prodotto è sempre più spesso una deforme ed ingombrante formula antisociale, da recitare come un mantra: tutto deve finire affinché vi sia un rinnovamento.

Punti di contatto tra Il Male Banale e La Banalità Del Male.

Forse è qui che si denotano le analogie più significative tra l’opera dei GarageVentinove e il libro di Hannah Arendt. Mi si perdonerà l’ignoranza: la scrittrice e filosofa diceva, riducendo ai minimi termini, che in fondo è più semplice trovarsi davanti a dei sempliciotti ignoranti che fagocitano cattiverie, che geni del male veri e propri. Escludendo per quieto vivere tutte le interazioni, conseguenze e approfondimenti del caso, i GarageVentinove riprendono questo dato, affinando la forbice e puntando sull’uomo contemporaneo in quanto tale, artefice autentico e (forse) inguaribile del male che annerisce ciò che lo circonda, prima fuori e poi dentro.

GarageVentiNove: Il Male Banale.

Un album che si apprezza in maniera progressiva: più lo ascolti e più piace. Più piace e maggiori sono le sfumature colte. Pietra miliare di un percorso che parte da lontano, segnato dalle difficoltà figlie di un’impostazione non canonica e da fasi altalenanti che in una gestazione tanto lunga sono inevitabili. I GarageVentinove solcano un punto per delimitare quanto fatto fin qui e ripartire con un’opera curata e, con molta probabilità, unica. Si vedano le enormi interazioni tematiche, partendo dalla confezione, lambendo i contenuti letterari e le citazioni ‘ipertestuali’, sempre di un certo rilievo, argute e ricercate.

Mario Aiello

GarageVentiNove: Il Male Banale in dieci pregi anticonvenzionali ultima modifica: 2019-05-17T10:28:09+02:00 da Mario Aiello