The Winstons, il mito di Smith e l’omaggio a Orwell

A quattro anni dall’uscita del disco d’esordio omonimo, The Winstons, il power trio dei (con)fratelli Wistons firma un’opera dal tratto ben definito in una forbice precisa. Tuttavia le varianti sollecitate e afferrate con forza in questo ventaglio sono tra le più disparate. Unico elemento comune nei dodici brani proposti è la irruente sensazione di libertà compositiva oltre a dei riferimenti di genere chiari, nonostante lontani nel tempo.

The Winstons - Smith
The Winstons – Smith (copertina)

Il nome per esteso dell’LP, comprendendo anche quello della band, sarebbe The WinstonsSmith. Sorvolando sia sulla mondiale convergenza di assonanze (e forse significati intrinsechi) che rimandano al protagonista del romanzo 1984 di George Orwell – dettaglio preso e rimpastato fino allo svenimento da qualsiasi sito di informazione musicale – che sulla questione sintattica autoreferenziale del gioco di parole ‘the Winston’s myth’ (il mito di Wiston), preferisco soffermarmi sulle diverse sfumature sonore offerte dai tre musicisti.

Cosa aspettarsi dall’album Smith dei The Winstons.

Innanzitutto l’atmosfera: puramente Rock, proprio per carattere, atteggiamento filosofico e disinteresse formale alla costruzione di canzoni dai connotati scontati e, purtroppo, mai superati. Già questo basterebbe a chiunque per stuzzicare curiosità e voglia di immergersi nell’esperienza. Vanno aggiunti tra gli ingredienti anche un pizzico di psichedelia propedeutica alla sostanza, cioè né invadente né asfissiante, e qualche dettaglio progressive a cavallo tra anni sessanta e settanta che – forse non ricorderanno Emerson, Lake & Palmer, ma  – sospingono la fantasia il tanto che basta e il gioco vale la candela.

Infine, L’apertura mentale: condizione necessaria e sufficiente per approcciarsi al secondo disco dei The Winstons. Senza tale apertura si perderebbero tante piccole minuzie che vale la pena cogliere.

The Winstons – Smith: panoramica sulle tracce.

Pronti, partenza via e la intro Mokumokuren introduce a priori il concetto di ‘astrattismo musicale’ che domina con coerenza tutto l’LP. Un’aura vagamente onirica a metà strada tra scale arabe e filmati di propaganda anni trenta, sono il perno su cui ruota il soggetto sonoro. Soggetto che farà da apripista per il brano seguente.

Ghost Town, dunque, riprende le atmosfere e le armonie appena citate, ed in seguito ad un principio di trama sixties è il piglio puramente rock che viene fuori a prendersi il testimone. Dettagli non da poco sono l’innesto di un’armonica a bocca (oggi purtroppo si vive nel dubbio costante. Credo sia una vera armonica) e il clima denso di ‘qualcosa che fu’, così come è stato: un ritorno al passato che è opposto esatto del senso nostalgico contro cui molti vanno ad infrangersi.

Around The Boat spezza la linea guida che ha unito i primi due pezzi e mette in luce il binomio piano e voce. Meglio l’espressione musicale, in riferimento alla progressione armonica, che il reparto vocale, qui in lieve rincorsa nei confronti degli altri strumenti: basso di contraltare nei vuoti tecnici e batteria che Carl Palmer spostati (ed è un complimento). Ad ogni modo, nulla di canonico.

Tamarind Smile / Apple Pie. Il due in uno ad un terzo della riproduzione è una delle piccole chicche che i The Winstons hanno inserito nella selezione. Io che sono amante del classico progressive britannico ho trovato conforto e giubilo nei cinque minuti e mezzo che intercorrono tra la prima e l’ultima nota del bi-pezzo. Niente di tipico, il prog è altro, però le sensazioni sono quelle, per composizione, per rimando, per clima e compagnia cantante. Ottimi i fiati sul finale.

A Man Happier Than You. Leggendo che la band bullizza con fierezza la chitarra – tant’è che il loro power trio è formato da organo (tastiere), basso e batteria – mi ha spiazzato sentire una sei corde classica pizzicare l’introduzione del pezzo. Brano dal dettato intimistico, cadenzato, forse troppo. Dalla duplice interpretazione: o tra i migliori o sotto traccia.

The Winstons - Smith

Not Dosh For Parking Lot. Organo e attitudine jazzy. Buono, mi voglio sbilanciare. Ricorda lontanamente lo stile Gentle Giant. E che ve lo dico a fare.

Il bello deve ancora venire.

Il lato B di Smith prende forma partendo da un piccolo capolavoro. The Blue Traffic Light è, a mio modesto parere, il punto più alto del secondo lavoro discografico dei The Winstons. Parliamo di un ¾ funzionale con qualche accento spostato che conferisce un’apparenza molto importante, quella di far sembrare articolato qualcosa che in realtà è semplice. Ariosa nelle liriche e isterica sulle ritmiche. Oh! A me, me piace, pure assai.

Unico neo del B-Side di Smith è Blind. Parliamo di statistiche. Puri numeri. Su dodici canzoni che avrebbero sicuramente portato ad un doppio album, oppure a due dischi vicini nel tempo tra loro, C’è sempre qualcosa messo lì per occupare uno spazio. Capita ai grandissimi artisti, può capitare anche ai The Winstons. Non sempre si riesce a celebrare un’idea.

Al numero nove troviamo il singolo Impotence, estratto a scopo promozionale. Canzone più ricca e pensata, costruita con criterio compositivo affine ad una produzione di maggiore spessore. Eclettica per alcune sfumature interpretative di voce e strumenti. Facile capire perché sia stata scelta proprio come singolo. Pezzo d’impatto, anche per la durata breve.

Soon Everyday. Dico, molto banalmente, che è tra le canzoni migliori. Variegata (all’amarena) con una fase centrale strumentale tensiva, potente in alcuni obbligati. Poi reprise del tema principale e via spediti fino alla fine.

Sintagma. Altro ¾, incalzante, soprattutto nella lunga sessione strumentale ‘distopica’ (forse qua ci vuole l’accostamento col romanzo di George Orwell). Pezzo fuori controllo, come l’uso di una lingua incomprensibile (?).

Rocket Belt conclude in modo più canonico ed orecchiabile. Stavolta è sulla coda che i The Winstons escono fuori dai binari, con suoni in loop, voci e tutta una serie di dettagli che chiudono il cerchio proprio con quanto assunto dal principio dell’album Smith.

Nota a margine.

Smith, secondo lavoro dei The Winstons, è sicuramente uno dei pochi album italiani scritto senza sentire nemmeno lontanamente la ‘cattività’ di una struttura commerciale. Un album rock in tutto e per tutto, sottolineato da sprazzi di ecletticità creativa. In giro ho letto il plauso al piglio psichedelico. Io sono di un altro parere, la denotazione c’è ma non è il fattore portante della selezione. Disco divertente ed evocativo, come detto basta essere aperti e tutto va giù che è un piacere (grande piacere). Per non sminuire il tocco The Winstons e valorizzare comunque le collaborazioni, per cronaca, a margine, elenchiamo le tre featuring nell’opera: Nick Cester, Mick Harvey e Richard Sinclair. Rispettivamente per Rocket Belt, A Man Happier ThanYou e Impotence. Non me ne vorrano. Keep on rockin’ in the free world.

Mario Aiello

The Winstons, il mito di Smith e l’omaggio a Orwell ultima modifica: 2019-05-20T11:34:58+02:00 da Mario Aiello