La Casa di Carta: una terza stagione ricca ma con un pizzico di dejà vù

La Casa di Carta è da considerarsi a tutti gli effetti un fenomeno mondiale. I rapinatori vestiti di rosso con la maschera di Dalì in pochi anni sono diventati un’icona mediatica. La serie spagnola ha racimolato numerosi riconoscimenti e consensi da parte del pubblico grazie ad un ottimo ritmo narrativo e, indubbiamente, allo sforzo produttivo per realizzarla.

Come ogni prodotto seriale di successo, spesso non bastano le puntate realizzate per raccontare interamente la storia. Su Netflix, infatti, è uscita la terza stagione.

La Casa di Carta : dove eravamo rimasti?

La banda dei Dalì ha rapinato con enorme successo la Zecca di Stato di Spagna e da più di due anni vive in paradisi tropicali godendosi il denaro faticosamente rubato.

Ma per quanto invidiabile, questa non è la vita che fa per Tokyo (rapinatrice e narratrice della serie). Decide, dunque, di lasciare Rio (il rapinatore con cui ha una relazione) sulla loro isola paradisiaca per viaggiare lungo l’Asia. Una telefonata satellitare tra i due scatenerà eventi drammatici che costringerà la banda a riunirsi e a progettare una nuova rapina. Questa volta l’obiettivo sarà la Banca Centrale a Madrid.

Schema che funziona non si cambia

La terza stagione de La Casa di Carta parte, indubbiamente, in grande stile. Non avendo più necessità di presentare i personaggi principali, getta immediatamente lo spettatore nella trama. E lo fa utilizzando il medesimo schema narrativo delle stagioni precedenti. Passato e presente si intrecciano con forza permettendo di ricostruire, puntata dopo puntata, la gestazione dell’elaborato colpo.

Purtroppo è tutto un dejà vù.

La casa di carta

Nonostante il ritmo narrativo e l’evoluzione degli eventi rimanga un punto di grande fidelizzazione con lo spettatore, lo schema è quello che già conosce.

È quello che potremmo definire “effetto Prison Break”. La serie “carceraria” del 2005 è stato un altro grande successo televisivo ma, complice lo sciopero degli sceneggiatori del 2007, la terza stagione ha sofferto del grande problema del dejà vù. In meno puntate viene riproposto lo schema narrativo della prima stagione.

La Casa di Carta 3 soffre purtroppo dello stesso problema. E, nonostante la curiosità con cui si segue, già si immaginano i tranelli narrativi e la natura del colpi di scena. Proprio questi ultimi non hanno la medesima forza a cui lo spettatore era stato abituato.

Non necessariamente un male

Chiaramente, questo, non inficia la creatività degli sceneggiatori nel costruire la rapina.

Indubbiamente, un altro limite è, forse, costituito dai momenti di “pausa”, più leggeri e ironici che, spesso, cozzano con l’ecosistema generale della serie. Rimane immutato, fortunatamente, l’ambiguità con cui vengono trattate le parti in campo. Polizia e rapinatori, buoni e cattivi, lo spettatore difficilmente prende posizione netta.

Certamente, lo spirito à la Robin Hood dei Dalì fa propendere verso una maggiore simpatia per quest’ultimi, ma rimangono pur sempre dei rapinatori.

Il versante “politico” dunque si fa più marcato. Con, però, il limite di rendere un movimento anarchico-insurrezionale più una macchietta populista, semplificandone i contenuti e riducendola ad una forma estetico-cinematografica. Chiaramente tutto questo rimane una riflessione in secondo piano. Questa terza stagione de La Casa di Carta raggiunge l’obiettivo di voler arricchire il suo universo.

Perfetta per il binge watching, la Casa di Carta la si vede tutta d’un fiato. Certamente, il finale di questa terza stagione lascerà più di un amaro in bocca. Ancora di più pensando che la quarta uscirà nel 2020.

 

Leonardo Cantone

La Casa di Carta: una terza stagione ricca ma con un pizzico di dejà vù ultima modifica: 2019-07-25T12:26:42+02:00 da Leonardo Cantone