Slipknot – We Are Not You Kind: I tempi dei colpacci sono lontani

Gli Slipknot, quei bravi ragazzi in tute da lavoro e maschere angoscianti, hanno da pochissimo pubblicato il loro sesto album in studio. We Are Not Your Kind, fresco orfano del tengu percussionista Chris Fehn, segue di ben cinque anni il precedente .5: The Grey Chapter – finalizzato quasi esclusivamente alla memoria dello storico bassista Paul Grey, scomparso nel 2010 – a sua volta orfano del batterista Joey Jordison. La compagine di Corey Taylor sembra perdere pezzi ad ogni nuova uscita. Ma per dovere di cronaca Chris Fehn ha comunque contribuito alla stesura del nuovo disco. Variazioni sul tema, in tal senso, saranno più o meno distinguibili dalla prossima opera.

Ad ogni modo lo spirito nichilista ed aggressivo non è stato affatto scalfito, anzi. L’ormai ottetto di Des Moines è pronto per diffondere nel mondo il verbo di questa ultima fatica, seguendo le tappe del già avviato Knotfest, ovvero il tour che li porterà in giro per i continenti a suonare praticamente ovunque nei prossimi mesi.

Tornando all’LP, We Are Not Your Kind è composto come al solito da un nutrito numero di brani, a questo giro sono quattordici più un bonus per il mercato giapponese, da sempre destinatario di particolari attenzioni da parte della band. Anche qui tutto nella norma. La pubblicazione, per la celebre e ormai storica Roadrunner Records, è stata anticipata da due singoli: Unstained in Maggio e Solway Firth in Luglio.

Cosa attendersi dall’ultimo degli Slipknot?

Sinceramente non lo so. Ho volutamente evitato qualsiasi ascolto fino all’uscita del disco chiuso e finito. Ho ceduto solo alla tentazione del primo estratto, Unstained, ma mi si perdonerà il vezzo. Chiaro che, a priori, si possono comunque immaginare i risultati dell’opera. Se non ci saranno rivisitazioni in stile tango argentino o pizzica pugliese, credo di non andare incontro a sorprese folli. La full immersion la faccio adesso, sento mentre scrivo, scrivo mentre sento. Vediamo cosa ne esce fuori in pieno flusso di coscienza.

Slipknot - We Are Not Your Kind
Slipknot – We Are Not Your Kind (copertina)

Slipknot –  We Are Not Your Kind: Il monito che si ripete.

Come spesso accade gli Slipknot inseriscono nei titoli degli album o delle canzoni dei veri e propri moniti che, interpretati alla loro maniera, sono quasi sempre diventati tormentoni figurativi: uno su tutti People = Shit. Giusto per rendere l’idea.

Insert Coin è il messaggio che ogni giocatore da sala ha visto per miliardi di volte stampato sullo schermo del proprio videogame preferito. È un invito a cominciare. Un minuto e mezzo a metà strada tra percezione eterea ed isterismo contemporaneo. Genitrice di giusta tensione, la musica formula un crescendo ansiogeno culminante nel verso “conterò tutti gli assassini”. Il futuro semplice al posto del presente progressivo, volendo essere fiscali sulla traduzione, offre una migliore interpretazione.

Unstained racconta in primis il conflitto con sé stessi, visto da uno dei due (o più) ruoli. Sviscerando il testo si scorge inoltre un altro tema molto caro agli Slipknot, cioè lo scontro con nemici veri o presunti, per confluire entrambi nell’evergreen dello pseudo suicidio, morte etc etc. Che io ne abbia memoria, tra le new entry troviamo invece il sofisma teologico sulla funzione di Dio e/o di relative credenze religiose. Almeno sarà argomento quasi predominante in tutto We Are Not Your Kind. Musicalmente un timido canto quasi gregoriano apre sulle note del ritornello-stornello facile da ricordare, in linea col filone produttivo messo a punto nel disco All Hope Is Gone di undici anni fa. Le chitarre invece, durante l’ascolto, saranno una novità, sia per silenzi che per timbriche.

Birth Of Cruel mi ha riportato indietro di vent’anni con il suo appeal dai tratti industrial, per certe sfumature sonore. Siamo comunque sul negativo della vena creativa dogmatica della band: strofe orecchiabili e ritornelli spigolosi. La coralità di tutti gli strumenti riesce a supplire qualche defezione in termini di presa da parte dei due chitarristi, ora poco incisivi, ma i frutti sono ancora di prima scelta. Riprende il taglio religioso in alcuni passaggi della lirica e appare fugacemente anche un nome noto ai cristiani: Giuda. Aggiungo ‘quel Giuda’, anziché il buon Giuda Taddeo, dato che si fa riferimento a pegni d’argento o robe varie. La luce si stringe su un uomo in agonia che, dal profondo del proprio dolore, brama di rovesciare regni intangibili.

La prima pausa arriva quasi subito. Il quarto brano, Death Because Of Death, è una litania ossessiva e persistente, più che una canzone vera e propria. Magari il minuto e mezzo di riproduzione aiuta a comprenderne la funzione: trampolino di lancio per ciò che segue.

Nero Forte. Non credo si riferisca ad un tipo di caffè (anche se in Italia usiamo dire ‘stretto’). Chitarre sotto forma di lamette, alla Dime Darrell, e tutti assieme alla batteria che detta obbligati e pause. Non pensate mai sia semplice far andare d’accordo ben otto musicisti in queste cose, soprattutto senza un direttore che li gestisca. Brano ascrivibile alla ricca miniera compositiva del più lontano Vol. 3. – capolavoro commerciale degli Slipknot – e non serve essere un fan sfegatato per rendersene conto. Canzone potente ed immediata. Nelle parole il tratteggio di psicosi comportamentali che sfociano in (in)sana follia auto persecutiva, figlia di una vessazione violenta, mal riconosciuta e tardiva nella comprensione. Letteralmente si parla di abusi.

Prosegue il filone a sfondo mistico con Critical Darling, dove Dio (o chi/cosa al posto suo) è destinatario di aspre critiche e conclusioni senza appello. “Dio è in coma” , recita un verso della canzone, ne prendo atto ma a parer mio la contesa più feroce è sempre tra io/noi e tu/voi/loro. Fazioni distinte e contigue dove si contrappongono, tra l’altro, anche inferno e paradiso, con la consapevolezza che l’uno legittima l’altro. I cori messi in un certo modo sono un po’ una paraculata ma il pre chorus in 6/8 smuove qualcosina ritmicamente e rende meno avvilente l’ennesimo ritornello melodico.

In A Liar’s Funeral avrei potuto sentire la mancanza di qualcosa che potesse richiamare i momenti ‘lenti’ di tutti gli album della band. Arriva la chitarra acustica, assieme alla voce e la batteria a mo’ di marcetta, a darmi il preavviso. La canzone lascia molto a desiderare, anche quando alla fine del secondo blocco tutto sembra aver ripreso le canoniche caratteristiche di sempre. Non sono nemmeno riuscito a capire bene il filone narrativo del testo. Indizi poco chiari fanno riferimento ad una sorta di piromane specializzato ad incendiare un tizio falso e bugiardo traendo grande giovamento dalla sua dipartita.

slipknot

Giunto fin qui, confido nella seconda metà di We Are Not Your Kind.

Red Flag impone il su ritmo forsennato sempre e comunque. Il piglio tosto e crudo rende il fattore musica particolarmente appetito e piacevole, soprattutto nelle pause imposte. Il problema, non per tutti, è che il cantante Croey Taylor – detto anche ‘The Neck’ Taylor – in versione Slipknot si perde rincorrendo centinaia di parole inutili. Una selva oscura di sillabe, che per trovare un filo logico necessita di mille ascolti. Andando a spulciare i testi in maniera più approfondita, ho notato che molti prevedono il finale con le ripetizioni. Tipo canzonissima, per intenderci. Vedere per credere.

What’s Next è una strumentale minimalista impostata come fosse un carillon. Non mi stupisce affatto che il rimando sia proprio a questo piccolo strumento.

Spiders è la chiave di volta dell’opera. Ha un’impostazione alternative di quelle serie, riprende il tintinnio dal brano che la precede. Si sviluppa in verticale, alla stregua di una colonna sonora per film horror d’autore di fine anni settanta. Fa capolino il tema del martirio tanto caro agli otto amici dell’Iowa. Da qui in poi farà a gomitate con tutto il resto per ritagliarsi uno spazio. L’immagine dei ragni funziona: come angosce o paure fisicamente tangibili, entrano nel corpo un po’ alla volta sfruttando il buio della notte. Tanto che alla fine non si distingue più chi è vittima di chi (o cosa). Le piccole disparità nei tempi, gli accenti spostati giusto un pizzico e guarda caso l’uso di un numero ridotto di parole fanno sì che Spiders si candidi tra le mie preferite: un pezzo poco fumo ma tanto arrosto.

My Pain conferma il sentimento che il buono di We Are Not Your Kind sia tutto concentrato nelle fasi conclusive. Non a caso canzone e titolo arrivano in questo momento della riproduzione. Un crescendo di dolore psicologico che diventa dolore e basta, nucleo reale in forma di persona. Punto saldo nella propria esistenza. Tra le varie coniugazioni possibili si fa riferimento al mal riposto amore, fino a sconvolgere l’ordine delle cose scambiando causa con conseguenza e viceversa. La confusione viene tradotta in musica, qualcosa di già sentito nella loro discografia, ma stavolta i toni sono esasperati: poche chitarre, molti campionamenti e l’unica pecca, o gioiello a seconda dai punti di vista, di farla salire e mai risolvere.

Not Long For This World prosegue la striscia positiva anche se, sotto sotto, sembra un pezzo degli Stone Sour, al netto di alcune caratteristiche altamente distintive. Peccato per il reprise continuo di “martyr”, martyr, martyr in ogni salsa… dopo tre album e tredici canzoni ora, strumentali comprese, la digestione si fa difficile. Per fortuna in musica funziona e se non ci si aggrappa alle parole tutto scorre liscio.

Chiude baracca e burattini il secondo singolo estratto, Solway Firth. Usato anche dalla serie televisiva The Boys in programmazione su Amazon Prime. Qua purtroppo entra in gioco una componente che esula dal gusto musicale e dal senso critico di ognuno di noi: la misura che si colma. Ricordo che sto abbozzando commenti su un disco che sento per la prima volta e lo faccio mentre la riproduzione prosegue. Siamo a circa un’ora di monotematiche impressioni di Agosto e riuscire a mantenere la corretta lucidità non è tanto semplice. Il risultato è che non sono riuscito a godermi la scelta del singolo come si conviene. Forse ci riproverò.

Non siamo il tuo genere”

Per fortuna sulle ultime sono comunque riuscito a non cadere nel tranello e restare al palo degli sfollati a priori. Gli Slipknot, con il loro ultimo We Are Not Your Kind, provano a reinventarsi: la confezione può anche andare ma il contenuto subisce ben poche variazioni. Il disco è come al solito ben strutturato ma scivola su alcuni punti chiave come la scelta della scaletta e, soprattutto, sul ‘dove’ collocare pause e flessioni necessarie per un ascolto rilassato ma attento.

Un retroscena verosimile potrebbe essere il seguente: la strategia strutturale della band è collaudata da decenni. Si tratta di almeno quattordici brani per disco, con picchi che sfiorano e sforano le venti tracce. Questo per allungare le uscite tra un album e l’altro, giustificati dalla mole di contenuti. Senza contare bonus e rimasterizzazioni. Non solo. Vi ricordo che la formazione attuale è quasi tutta impegnata in side project anche notevoli.

Probabilmente la necessità di trovare il tempo per ogni impegno influisce sulle modalità di composizione. Jim Root ha spiegato in un’intervista che a questo giro, per la stesura dei pezzi, si sono riuniti tutti in studio cercando di finalizzare le idee collettivamente. Per lui è stato un modus operandi volto alla pluralità interpretativa, per me invece era il solo modo per far uscire il disco. Difatti, a parte qualche piccola sfumatura di concetto, tutta questa pluralità e diversificazione non l’ho notata.

Non è un male, solo un inciampo. Gli Slipknot portano a casa un possibile successo commerciale con qualche guizzo davvero degno di nota. Forse non siamo davanti al meglio del loro meglio ma, con qualche pausa di riflessione, We Are Not Your Kind sa esprimersi nella loro proverbiale grinta nichilista al pari di qualche altro caposaldo della discografia. I tempi dei colpacci clamorosi sono ormai lontani ma i ragazzi si difendono bene.

Mario Aiello

Slipknot – We Are Not You Kind: I tempi dei colpacci sono lontani ultima modifica: 2019-08-17T12:07:51+02:00 da Mario Aiello