“Universally Speaking”, Il Sziget Festival raccontato da Vincenzo Esposito

Giornalista partenopeo classe ’87, Vincenzo Esposito ha fatto un primo, importante passo nel mondo dei reportage audiovisivi pubblicando, al tramonto del decennio, il cortometraggio intitolato “Universally Speaking”. Focus dell’opera, forse quello che attualmente è il più grosso evento di concertistica live mondiale: il Sziget Festival. Abbiamo raggiunto l’autore per scoprire di più riguardo il documentario.

L’INTERVISTA ALL’AUTORE

D: Presentaci il tuo progetto e da cosa è nata l’idea di creare “Universally Speaking”

R: Abituato a lavori molto veloci, di quelli mordi e fuggi da giornalista legati alle cronache di giornata, era da tempo che fantasticavo su un progetto un po’ più complesso. Era per me soprattutto un’occasione per testarmi, capire dove andare a migliorare, cosa correggere, dalla tecnica di ripresa alla gestione della parte audio finanche rispetto all’attività di post-produzione. E questa è, se vogliamo, la parte meno romantica che accompagna il desiderio di un primo documentario da firmare.

Avendo una passione particolare per i concerti penso non potesse esserci occasione migliore per cominciare. Al Sziget c’ero stato l’anno precedente da turista, era tempo che volevo andarci soprattutto per il fascino del “tutto concentrato” sull’isola, quell’idea di un live lungo 24 ore al giorno. Poi ho scoperto che era tutto più bello di come me l’ero immaginato. La voglia di raccontarlo nasce dalla mancanza di eventi come questo, più che in Italia nel contesto napoletano. Cioè l’immagine è questa: di solito per concerti di spessore (è vero che da questo punto di vista Napoli sta migliorando negli ultimi anni), ci tocca macinare centinaia di chilometri.

Immagina invece di essere in tenda, alzarti per la colazione, fare quattro passi e beccare i Gorillaz in soundcheck (non capitato a me purtroppo, quando dormo non c’è band che regga). E poi mi viene da pensare ai ragazzini che nelle festicciole da 150 persone finiscono la serata prendendosi a pugni. Qui trovi 500mila persone, e fila tutto liscio. Si balla fino a notte fonda, si esagera anche con gli alcolici, non tutti ovviamente, ma il clima è sempre estremamente rilassato. Una cultura che piace a tutti, un po’ uno spot del “mondo possibile”. Ecco “Universally Speaking”.

Tutti tengono alla propria identità, penso lo testimonino le bandiere di centinaia di paesi che trovi costantemente in giro o ben salde alle tende, ma si parla tutti la stessa lingua. Curiosità, il titolo è legato al videoclip dell’omonimo brano dei Red Hot Chili Peppers ed al suo protagonista. Decisamente più strambo di me, ma mi ci rivedo nel modo di “cavalcare” l’erba.

D: Il tuo stile documentaristico (principalmente le inquadrature ed il montaggio) è molto diretto. Mi viene quasi da definirlo “punk”. Scelta ponderata oppure sviluppo spontaneo?

R: Sono partito con una scaletta, strappata dopo il primo giorno di riprese, ne ho prodotto un’altra strappata il giorno successivo. Mi ha aiutato conoscere in parte il Festival. Un po’ più complicato condensarlo in 25 minuti. Diciamo che ci sono due registri: uno un po’ più classico, che passa per i racconti di organizzazione, artisti, turisti; l’altro un po’ più personale, meno formale, un modo per entrare appieno nel clima che si respira, dalla pace della spiaggia al mattino fino al delirio della notte in giro per locali. Anche con scalette da ricostruire in continuazione, era questa la forma che volevo. Almeno su questo avevo le idee molto chiare.

D: Nei 25 minuti ci si ritrova realmente immersi nell’atmosfera del Festival, quasi una bolla di vita che trascende dalla quotidianità esterna all’Isola. Tutto bello, ma c’è qualcosa che non ti è piaciuto del Sziget Festival?

R: Il Festival ha un unico grande limite, la pioggia. Secondo me è l’unica minaccia grossa; per entrambe le edizioni a cui ho partecipato sono stato fortunato, in entrambi i casi è arrivata nell’ultimo giorno di esibizioni. Quella può creare un po’ di disagi. E poi, confesso il peccato….di gola. Essendo “difettuso” sulla scelta di cosa mangiare, non ho apprezzato come gli altri “citizens” i piaceri della tavola sull’isola.

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D: E sul piano strettamente musicale, come valuti la programmazione artistica?

R: Parto dall’handicap dell’età pur non essendo un “vecchio”, fuori però secondo me dal target principale del Festival. Gran parte dei miei artisti preferiti hanno 30-40 anni di carriera sulle spalle, mentre parte di quelli che si esibiscono al Festival sono miei coetanei. È chiaro che però da una proposta di decine di band internazionali il live che proprio ti piace lo trovi. Al di là del main stage, che propone un po’ del meglio della scena internazionale contemporanea, penso la parte interessante sia quella legata agli altri palchi, un’occasione per scoprire cosa accade nel mondo, musicalmente parlando. E qui ci possono essere veramente buone sorprese.

D: Per usare un eufemismo, un paio di concerti alle spalle li hai. Ritieni che qualcosa di anche lontanamente simile sia fattibile in Italia?

R: Da anni vedo che ci sono piccoli Festival di provincia che, senza grosse disponibilità economiche, ci provano e riescono anche abbastanza bene. Non sono un esperto di organizzazione eventi ma se solo guardo alla differenza tra il costo dei biglietti dei singoli live in Italia ed all’estero credo ci siano innanzitutto delle condizioni economiche estremamente differenti. L’esempio del Sziget: se acquisti oggi l’abbonamento per la prossima edizione ti trovi a spendere circa 40euro al giorno con garantito decine di live di spessore, spettacoli, svago notturno ed opportunità di alloggiare sull’isola. Se guardi ai principali Festival italiani, anche di quest’anno, lievitano i costi a fronte di un’offerta che parla di live importanti, ma nulla oltre il concerto. Sicuramente anche una questione di spazi, non c’è dubbio. Quello che manca penso sia una vera cultura del Festival, di quel genere intendo.

D: Sappiamo che questo è solo il primo passo di un progetto molto più “universale”: puoi svelarci qualcosa sui prossimi sviluppi?

R: Ho sempre lavorato come membro di una redazione, anche se in maniera piuttosto autonoma facendo a volte percorso un po’ a parte rispetto al resto del gruppo. Mi piacciono le squadre, forse però sono più portato per il fai da te, motivo per cui ho cercato negli anni di “rubare un po’ del meglio dei colleghi che ho incontrato durante il cammino”. Il risultato è anche un po’ “Universally Speaking” che è il primo progetto importante del mio primo sito Ilsolista.com, un modo per uscire un po’ fuori dal contesto prettamente giornalistico. L’idea è quella di qualcosa di estremamente personale, che mette insieme la passione per la musica ed anche un po’ quella per la scrittura, quella più legata al cuore che al cervello. Vediamo come va…

DOMANDA BONUS: Stare in giro con la telecamera ti ha fatto fare la figura del figo?

R: La telecamera piace, non c’è dubbio, ognuno è disposto a lasciarti qualcosa di sé, sei un po’ al centro dell’attenzione (il mio modo di “filmare” aiuta il gioco, tutti i colleghi che ho conosciuto erano curiosi di sapere cosa avrei combinato alla fine), ma ti toglie anche tanto, soprattutto dopo 15km o più al giorno con zaino pieno in spalla. Figo o lo sei o no, non c’è telecamera che tenga.

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Giornalista | Creativo | Esperto di Comunicazione Direttore di Scè da aprile 2018, collaboro con diverse testate e mi occupo di ufficio stampa e comunicazione digitale. Unico denominatore? La musica.