Andreotti: dopo il singolo ecco l’LP 1972

Il “giovane” Andreotti, nome d’arte per non si sa chi e nemmeno ci interessa, esordisce a ventisette anni col suo primo album intitolato 1972. Il disco del classe ‘93, interamente auto prodotto, è stato pubblicato l’11 Maggio a breve distanza dal singolo lancio Winnie The Pooh.

Per rimandi e connessioni sul chi sia Andreotti e sul perché abbia scelto proprio questo moniker, possiamo serenamente sorvolare, non prima di aver letto il nostro articolo a riguardo cliccando proprio qui. Non siate pigri.

Andreotti – 1972: Recensione traccia per traccia. Come suona l’indie pop del nuovo cavaliere mascherato “demo-cortesiano”?

Presto detto, almeno sulle prime. Tra strumenti vintage e irriverenza, suonano almeno tre decadi. Una per sottrazione, le altre per sublimazione, senza dominare il concetto di contemporaneità vivace. Algebricamente sarebbe: anni ‘90, meno anni’70, disuguale ad anni ‘80. Però qualcosa suona comunque familiare. Senza temere lapidazioni pubbliche, io, ad esempio, ci ho trovato pure una punta di Rino Gaetano.

Eschimesi da il là e 1972 può cominciare. Eschimesi come individui che vivono un estremo. Quelli che trovano sinergiche allusioni nei richiami forniti dagli spunti elementari. Questa caratteristica sarà predominante in tutte le otto canzoni della produzione. L’autore si guarda bene dall’approfondire il “dentro”, restando vago e lasciando parecchi aspetti intesi quali asintoti. Soprattutto perché “alla lunga anche Parigi rompe i coglioni”. Chi siamo noi per contraddirlo? Sin da subito Andreotti cita figure di spettacolo e non. I cantanti sembrano parte integrante dei testi.

Segue il singolo Winnie The Pooh,di cui è stato anche girato un video. Qui la sferzata satirica sulla sessualità è dilagante. Si parte dalla banale tresca, passando per stralci di masochismo, fino a spolverare il tanto discusso tema del sesso nella comunità ecclesiastica. Tuttavia la riflessione, qualora fosse voluta, spetta all’ascoltatore. Il pezzo fornisce solo le basi e tanto basta. Il perno del discorso, però, è altrove. Sapientemente nascosto da un unico forte sottinteso. Stavolta la menzione è per il nostro Piero Pelù nazionale.

Titolo accomodante e per niente divisivo per la traccia numero tre: Droga. Nonostante ciò, la cosa che risalta all’orecchio è il nome del il regista Lars Von Trier. Chi non penserà subito alla scena del DVD de Le Onde Del Destino spaccato in mille pezzi nel film Tu La Conosci Claudia del trio comico milanese Aldo Giovanni e Giacomo, mente sapendo di mentire. Aperta e chiusa parentesi. È l’ora di 1972 dove si racconta del buio vero, della luce artificiale e della malinconia di un distacco riuscito solo parzialmente, sfruttando le debolezze note dei lumi della ragion veduta. Come? Se i titoli dei pezzi hanno un obiettivo definito, questo ne è la prova.

Luis Miguel, se non fosse reso necessario, aggiunge nuovi spunti alla lunga lista di “chiamati in causa”. Figurano pure i Beatles. Con il passare delle canzoni Andreotti riesce a dare concretezza allo sguardo introspettivo. Il trucco resta lo stesso: sfruttare le immagini del quotidiano come volano allegorico. Non siamo ai livelli di Dante, ma il suo personalissimo perché pare scolpito nel marmo, con giustezza. Sono gli oggetti e le istantanee a descrivere gli animi. Mentre il tempo va avanti.

Andreotti 1972

1972, l’indie e la maschera (a)politica: In medio stat Emilia Romagna. È la prima regola.

Come il cacio sui maccheroni, a metà strada, ecco giungere indomita e prepotente la vera musa ispiratrice: L’Emilia Romagna. Fiera tela bianca su cui dipingere il concetto di musica indipendente. Nell’indie italico se non è nominata in qualche modo pare che il lavoro venga automaticamente esautorato. La capostipite Bologna ha negli anni avuto meno rilievo, favorendo l’ascesa di altre città. Modena, Riccione. Per citare le più inflazionate. Adesso è il turno di Sassuolo. Anche se l’omaggiato Lucio Dalla sia stato nativo del capoluogo. Sembra delinearsi l’immagine rarefatta di una donna “demolitrice”. Annessi e connessi. In particolar modo le sfumature di natura sessuale, ma iperuraniche.

Colori. Spaccato esistenziale edificato attraverso metafore di moderno intrattenimento: le serie TV delle piattaforme streaming, i cooking show e le loro star. Tutto inscatolato e pronto all’uso come una latta di tonno all’olio d’oliva. La ricerca di ciò che manca elencando ciò che invece si ha. La spasmodica, quanto silente, domanda di reciprocità. Forse mai esaudita.

Il concetto trasborda per certi versi nel successivo Aristogatti. La relativa idealizzazione si satura in modo prematuro, quasi come da manuale, sgonfiandosi proprio di fronte al possibilismo sciatto che cela enormi e inutili sovrastrutture psicologiche.

L’esordio di Andreotti si conclude con Lombroso. Canzone diversa rispetto alle altre. Incarna il sunto perfetto di 1972: metafore, allusioni, citazioni, allegorie, rime abbordabili, sessualità, disagio, erba e rum. Tutti in disarmonico equilibrio, eppure tenuti assieme da un geniale uso della melodia.

Chi non è senza peccato, diventi presidente del consiglio.

L’uso della maschera da parte di questo artista ha un valore, a mio avviso, del tutto trascurabile. Allo stato attuale, portare una maschera equivale ad avere due gambe. Risalterebbe all’occhio se ne avesse una o non ne avesse affatto. La scelta di virare su un controverso personaggio politico quale Andreotti avrà certamente il suo senso compiuto, ma a noi non ce ne può fregar di meno. Soprattutto data la forza e la prepotenza artistica di 1972 che, pur non sconvolgendo nessuno, saprà sicuramente trovare adeguato spazio e seguito su un panorama già ricolmo di fantocci, ma manchevole di personalità. Scansando la pace aurea di pochi eletti. La voce isterica ma profonda e a tratti biascicata di Andreotti si incolla al concetto tematico nemmeno fosse nato per questo. Se la canta e se la suona e lo fa in modo ineccepibile.

Per dire, lo vedrei molto volentieri live questo “giovane” qui. Anche per comprendere fino in fondo il ruolo del “cane”. Ma questa è un’altra storia.

Mario Aiello

Mario Aiello

Sono nato a Napoli il 31 Ottobre 1984, un giorno nefasto per me e per il mondo intero: moriva il grande Eduardo. Musica è l'aria che respiro. Amo suonare, girovagare in moto e leggere roba da mentecatti. Odio con disinteresse il 99% dei pensieri che una persona normale riesce a partorire. Desidero l'empatia e il conflitto mi lascia perplesso. Sono un pagliaccio asociale depresso.