Hip Hop, Le origini: I 4 momenti che tutti dovremmo conoscere

Ci eravamo lasciati con un punto d’arrivo: l’Hip hop nelle orecchie, nei versi e nella vita degli italiani. Una conquista che abbiamo visto essere una svolta storica nel modo di concepire la musica. Ora però, ci tocca riavvolgere il nastro fino al punto di partenza: da dove nasce tutto? Quali sono i luoghi e i volti a cui siamo debitori per il patrimonio rap che abbiamo oggi?

Senza volersi sostituire ad una lezione di storia, il nostro tentativo sarà quello di fare una sintesi dei primi momenti di vita dell’Hip hop, attraverso i volti più emblematici.

Un piccolo itinerario di foto e rime che ci porta, prima di tutto, a New York.

Afrika Bambaataa

All’inizio degli anni Settanta il Bronx era il quartiere più popoloso della città di New York. Qui la popolazione giovanile, schiacciata dal circolo vizioso della povertà e della violenza, viveva una vita ai margini, divisa in gang per controllare la zona. Tutto quel fermento, fino ad allora soffocato tra parchi, panchine e palazzoni di quartiere, aveva bisogno di essere reindirizzato. Serviva un’emancipazione creativa, positiva, che solo l’arte poteva attuare.

Si diffuse allora il fenomeno dei Block Party, grazie alle audaci intuizioni di deejay come Kool Herc e Afrika Bambaataa. Queste feste di strada, piene di musica e di movimento, divennero la linea di fuga perfetta per i giovani che, ballando sullo stesso sound, cominciarono a interagire sull’onda di un’identità comune.

Le diverse influenze della New York multiculturale stavano finalmente trovando uno spazio d’espressione.

Bambaataa, insieme a Kool Herc e a Grandmaster Flash, con le loro tecniche innovative, sono considerati i pionieri di quel nuovo modo di fare musica.

In particolare, ad Afrika Bambaataa si deve l’aver voluto fermare lo stile di vita violento del Bronx usando l’Hip hop. “La mia musica vuole dire alle persone di amare, essere in pace e felici . E sembra che il suo messaggio di emancipazione solidale non sia cambiato. Ha fondato così la “Zulu Nation” allo scopo di prevenire la micro criminalità e di dare un supporto concreto ai giovani afroamericani. Vi lasciamo allora sulle note di Planet Rock, che vi farà venir voglia di ballare in men che non si dica.

Sugar Hill Gang

“Sugar Hill” era il nome dato ad una zona di Harlem, New York. Lo stesso nome venne scelto per l’etichetta discografica di Sylvia Robinson e per il trio che si formò sotto di essa: The Sugar Hill Gang. Era appena trascorso il 1973 e l’idea di dar vita ad un gruppo musicale venne dalla recente ondata di entusiasmo per la scena rap. Fu il figlio della Robinson, Joey, a notare il primo membro: Hanry Jackson. Il ragazzo era noto per via dei versi che rappava mentre preparava le pizze nella sua pizzeria.

Il secondo membro invece, Guy O’Brien, era ancora uno studente all’epoca ma si esibiva già come deejay. Infine, toccò a Mike Wright, il quale, a quanto si racconta, venne scritturato dalla Robinson dopo essersi semplicemente esibito nella macchina di costei. Il gruppo registrò così Rapper’s delight: fu il primo pezzo rap a scalare le classifiche americane e ad entrare nella Top 40.

I said a hip hop, a hippie, a hippie to the hip hip hop”, era il 1979, e il brano iniziava proprio così, dando un nome ufficiale al fenomeno e segnando quello che fu il momento rivelatorio per eccellenza.

Run DMC

Arrivarono gli anni Ottanta e i suoni si fecero profondi, metallici e per certi versi elettronici: il modo di produrre i beat era cambiato, gli accompagnamenti strumentali divennero più complessi, ma soprattutto argomenti più ampi e vicini al sociale cominciarono ad essere introdotti nei testi.

Fu il singolo The Message, di Grandmaster Flash and the Furious Five del 1982, a segnare la svolta verso il rap politico e sociale.

Influenze da altri generi musicali si mescolarono agli ingredienti dell’Hip hop old school, in particolare dal mondo del rock, contribuendo alla popolarità del genere. Arriviamo così al 1983, quando i Run DMC (MC Run Simmons, Darryl McDaniels e Jam Master Jay) debuttarono con il singolo “It’s like that” ottenendo un successo eclatante.

Nei brani successivi inserirono dei riff di chitarra che, uniti alle rime dure e dirette del trio, segnarono l’alba del rap rock e del genere hardcore. Quando nel 1984 uscì Rock box divenne il primo video Hip hop messo in onda da MTV.

Public Enemy

Le basi per quello che sarà l’Hip hop degli anni Novanta, le troviamo nel conscious rap dei Public Enemy, il gruppo formatosi nel 1983 attorno alla figura del rapper Chuck D. Conscious sì, perché da questo momento in poi i testi parleranno anche di politica, della piaga della prostituzione e della droga, della critica ai mess media, centrando così in pieno quello che era il disagio dei giovani afroamericani, e dando loro non solo una voce, ma anche uno spunto per cambiare le loro sorti.

Parlare della realtà e incitare al suo cambiamento è qualcosa di sempre presente nei pezzi dei Public Enemy, a volte indirettamente, a volte più chiaramente. Il gruppo passò presto sotto l’ala del celebre produttore Rick Rubin, fino a che il 1988 segnò l’apice della loro carriera, quando il singolo Fight the power divenne colonna sonora per il film di Spike Lee “Do the right thing”.

Children, it’s not too late”, dicono nei versi diRightstarter Message To A Black Man”. E con questo forte messaggio, il pubblico si preparava ad accogliere la rivoluzione lirica degli anni Novanta.

Alessia Santoro

Nata e cresciuta in Salento, vive a Bologna, dove si è laureata in lingue straniere e dove ha potuto dar spazio a tutte le sue passioni, tra cui la fotografia, la scrittura e la musica. È un’assidua frequentatrice degli ambienti underground e curiosa osservatrice per natura.