Parole preziose: intervista a Colombre

Giovanni Imparato, in arte Colombre, è il cantautore marchigiano che lo scorso marzo ha pubblicato il suo secondo album da solista: Corallo (Bomba Dischi).

Che fosse una potente mina lo sapevamo da quando nel 2017 ha esordito con Pulviscolo, un disco caleidoscopico e sincero da farci affezionare al suo stile autentico, riconfermato in Corallo.

Ma chi è Colombre? Come fa a fabbricare canzoni dalla bellezza ipnotica? Abbiamo cercato di scoprirlo con questa intervista.

  • Il tuo nome d’arte è Colombre. Ti andrebbe di raccontarci il motivo di questa scelta?

È  tratto da un racconto di Dino Buzzati, “Il colombre”, che mi ha folgorato. Cercavo un nome per presentare le nuove canzoni ed era perfetto perché rappresenta al meglio le situazioni in cui non si ha abbastanza coraggio per affrontare ciò che fa paura. In quel momento era importante prendere quella scelta ed ho pensato che il colombre potesse essere un monito sempre presente nelle cose che faccio.

  • E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sí, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo”. È un estratto de “Il colombre” di Buzzati, eppure sembra un attuale racconto onirico di chi, pur svegliandosi fisicamente lontano dai suoi demoni interiori, sa che prima o poi deve affrontarli. La quarantena si è rivelata essere il tempo per eccellenza per tirare le somme e analizzare le proprie paure, i rischi, i rimorsi che ci invadono. Un’autoanalisi frammentata -o rimandata- nel turbinio quotidiano al quale eravamo abituati e alla quale oggi sembra impossibile sottrarsi. Pensi che questo scenario pieno di “paure” possa cambiare la percezione degli ascoltatori nei confronti della musica.

Non ne ho idea. Se ti riferisci anche al fatto di aver scelto “Colombre”, era per affrontare le proprie paure. Era importante questo tipo di scelta perché suonavo in una band dove le canzoni -come ora- le scrivevo io, ma essendo in tre ero in una sorta di comfort zone. Avevo bisogno di uno scossone, di ricominciare da capo ed il monito che c’è scritto nel passaggio è relativo a questo. Per quanto riguarda l’introspezione della gente e la percezione nei confronti della musica, alla luce di quanto è successo, non so dare una risposta. Per quel che mi riguarda, però, far uscire il disco in questo periodo ha significato affrontare un periodo drammatico e molto particolare non solo per la musica ma per tutto il Paese.

Credo che questo abbia avvicinato molto di più le persone che mi ascoltano. Ho ricevuto moltissimi messaggi – anche commoventi – su quanto avessero apprezzato l’uscita dell’album. Per molti è stato un vero e proprio compagno, altri magari trovavano un certo tipo di forza per determinati temi che non sempre si trovano nelle canzoni, ed ha scosso la palude interiore delle persone, di chi mi ha ascoltato. Questo mi ha fatto capire quanto sia importante fare le cose nonostante tutto.

 

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  • Tra l’altro, inverosimilmente, pare essere un’intima connessione di ciò che nel lockdown abbiamo visto o sentito a partire dai titoli: “Terrore”, “Mille e una notte”, “Per un secondo”, “Arcobaleno”, “Crudele”, “Anche tu cambierai”, “Non ti prendo la mano”. Ma il titolo principale, quello dell’intero album è “Corallo”, l’emblema dell’unione dei tre regni (animale, vegetale e minerale) nonché della vita e della rigenerazione. Cosa rappresenta per te e come mai è stato così influente da dedicargli un album?

L’ho scelto perché simbolicamente mi piaceva l’idea di poter collegare le canzoni al corallo che unisce -anche in quel modo che hai detto tu e a cui non avevo pensato- più regni. Ma oltre a questo, l’ho associato a qualcosa di prezioso, che va protetto, che è difficile da raggiungere e una volta raggiunto devi prendertene cura perché conosci il suo valore. È il simbolo dell’essere nascosto, dell’essere così prezioso da dover essere conservato.

È come se ci fosse una piccola biblioteca dei miei ultimi tre anni: ci sono relazioni, delle relazioni che ho e che ho avuto. Il corallo è un simbolo che riesce a coniugarsi con i rapporti che racconto e che sono tutti molto belli, nonostante non tutti siano finiti bene. Quando canti delle cose personali è ovvio che siano preziose.  Il corallo, quindi, rappresenta varie sfaccettature, un po’ come i suoi colori, visto che è presente in tantissime sfumature nella barriera corallina.

  • Hai descritto l’album come una sorta di biblioteca. Ci sono dei libri metaforici a cui tieni maggiormente?

Sicuramente “La pietra lunare” di Tommaso Landolfi. È un racconto tra sogno e realtà e, tra le tante, c’è una metafora del rapporto con la propria amata che è molto interessante.

Poi, l’ultimo che ho letto è stato “Il maestro e Margherita” di Bulgakov che è incredibile, pieno di metafore, allegorie e simboli.

  • A proposito di libri, sei anche insegnante di italiano, giusto?

Tendenzialmente no, però è successo a volte, quando avevo più tempo. Sono un “insegnante” di terza fascia e mi piace riuscire a conciliare sia la musica che la scuola. Entrambe mi arricchiscono molto.

 

  • Quanto conta la musica nel metodo educativo e didattico? Mi viene in mente Murubutu che traspone pezzi della letteratura nelle canzoni.

Credo sia una questione di attitudine. La musica appartiene ai ragazzi in modo molto profondo perché è tra le arti che più li avvicina, è una piccola arma che può far uscire il meglio di loro.

Ripeto, per me si tratta di un’attitudine: la musica ti insegna ad affrontare le situazioni e le emozioni ed è un po’ quello che significa “scuola”La scuola non sono le nozioni ma le visioni delle cose: vaste e profonde.

  • Quindi c’è una forte influenza tra le due.

Nella mia esperienza, l’avere un rapporto con il pubblico mi ha facilitato nella scioltezza in classe. Questo viene percepito dai ragazzi e quando avviene puoi permetterti di spaziare. Ricordo di aver fatto una lezione alle medie in cui sono partito da Dylan fino ad arrivare a Leopardi, citando Ghali. Quando ho fatto ascoltare Ghali, tutti conoscevano la sua canzone che in fondo era una poesia messa in musica.

Quando arrivi a poter fare questi passaggi ti accorgi di quanto sia bello il potere della parola.

Devi riuscire a toccare un territorio che i ragazzi devono imparare partendo da uno che già conoscono. Quando raggiungi questo punto, ti si apre un mondo: c’è uno scambio molto vero tra docente e alunno. Non credo al rapporto in cui il professore si erige sul trono e i ragazzi ascoltano. Si tratta più di uno scambio in cui i ragazzi ti danno tantissimo, più di quello che riesci a dare tu.

La scuola, come la vita e la musica, è una questione di ritmo. Se mantieni il ritmo giusto, il tempo vola e le persone ne vogliono ancora. Se sei noioso, no.

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  • Quindi diciamo che il tempo scorre e ognuno compone la sua musica con un ritmo proprio

I tempi cambiano per forza, per natura, se ne fregano e vanno avanti; sei tu a dover imparare a gestirli. È come se si fosse scelto di non far uscire il disco aspettando un “tempo migliore”. Non so cosa sarebbe successo ma il tempo è inesorabile e bisogna adattarsi a ciò che succede, affrontarlo e accettare le conseguenze.

 

  • Rimanendo nell’ambito scolastico, pensi che in futuro troveremo i testi delle canzone nei libri di letterature?

Questo non lo so, probabilmente sarò già morto. È comunque interessante notare il linguaggio di alcuni cantautori: riescono a raggiungere livelli di altissima innovazione.

Anche ora c’è qualcuno che riesce a cambiare il linguaggio nel corso del tempo.

Qualche giorno fa è stato l’anniversario di due canzoni de I Cani. In quel caso, Niccolò Contessa è riuscito – con il linguaggio – a spostare l’attenzione su un altro binario. È qualcosa che avviene solo se si progredisce, perché permette di scardinare un concetto avendo più punti di vista o di ascoltare qualcosa di cui non ne parla nessuno. Non so se testi come i suoi finiranno sui libri di scuola ma se serve per avvicinare i ragazzi alla letteratura, ben venga.

 

  • Passando alla sfera sentimentale, la tua compagna è Maria Antonietta, un promettente colosso nella scena musicale italiana

Sì, sono d’accordo. Ad esempio, lei ha esordito nel 2012 con un disco che ha completamente spaccato i canoni dal punto di vista di un certo tipo di scrittura: alcune di quelle forme non le scriveva nessuno. Era quasi inesistente la scrittura propria di una donna, di una cantautrice e infatti è diventata un modello.

Anche Vasco Brondi scriveva come nessuno faceva prima o Calcutta con l’album del 2015, “Mainstream”.

Sono delle evoluzioni molto positive di persone che riescono a cambiare le cose perché innovano e non copiano.

 

 

  • E quale pensi possa essere la tua canzone più rivoluzionaria, innovativa? A me viene in mente “Blatte” come punto di riferimento importante nella tuo stile di scrittura.

È difficile rispondere a questa domanda perché ho un rapporto particolare con tutte.

Pensare a “Blatte” significa pensare al momento in cui l’ho scritta. Mi vengono in mente i dubbi sul fatto di usare le parole “odio” e “vomito”.

La scelta e il coraggio di usare quei termini (che provocavano un fastidio anche a me che non avevo mai descritto le cose in maniera così diretta e violenta) è stata determinante perché la canzone prendesse il volo. Quindi sì, mi fa piacere se lo hai notato in perché io in primis me ne rendo conto. È stato un modo nuovo di scrivere per una canzone, più diretto e meno nascosto. E proprio per questo mi faceva paura.

 

Santina Morciano

Santina Morciano

È una collezionista seriale di prospettive, suoni, volti, libri e film. Nata e cresciuta in una famiglia di musicisti, ogni tappa della sua vita ha una colonna sonora.