Mosè Cov, la nuova promessa del rap italiano

Mosè Cov (nome d’arte di Mussie Tesfay) è una nuova leva dell’Hip Hop italiano che si sta facendo spazio con originalità e freschezza. 

Cresciuto tra i palazzoni popolari dietro piazzale Maciachini a Milano, il rapper ha attraversato anni di gavetta non facili che lo hanno portato al successo odierno dimostrando che, a volte, la soddisfazione più grande è far vedere che se vuoi puoi, e che soprattutto impegno e competenza vengono prima o poi premiati.

  • Considerando l’atipicità del tuo sound, così come lo spessore dei tuoi testi, possiamo dire che la tua figura rappresenti qualcosa di totalmente nuovo e originale all’interno del panorama Hip Hop italiano degli ultimi anni. Ciò che racconti trasmette sensazioni reali, impacchettate in versi in cui ognuno di noi potrebbe immedesimarsi. Qual è la tua opinione riguardo la scena rap di oggi? Cosa, secondo te, sta cambiando nel rapporto tra l’artista e la scrittura?

Secondo me c’è un ritorno del contenuto. Ho la sensazione, ultimamente, che stia tornando la profondità, che ci sia una maggiore ricerca a riguardo. Si stanno facendo degli step per ritornare verso quello che è il significato interno delle parole, quindi verso i giochi con le metafore ad esempio, perché chi ascolta un artista desidera comunque sentirlo mentre si racconta, vuole sentirne i pensieri. Abbiamo anche già affrontato un periodo un po’ “sempliciotto” diciamo, e forse siamo tutti un po’ saturi di sentire sempre gli stessi argomenti. Io stesso, da ascoltatore, sento la necessità di un contenuto maggiore e probabilmente si sta già camminando in questa direzione, anche se ancora non si vede del tutto.

  • Come ti sei avvicinato al rap e alla scrittura? C’è stato un momento preciso che ha fatto da epifania?

Mi sono avvicinato a quel mondo tramite mio fratello maggiore: lo sentivo rappare e tante regole di scrittura me le ha insegnate lui o le apprendevo da solo osservandolo. Era anche un modo per legare, avere una passione in comune era sicuramente una cosa bella e quindi è iniziata così. Poi è diventata una passione mia e lì ho capito perché mio fratello amasse così tanto questa cosa. Da lì ho intrapreso il mio percorso personale.

 

Mosè Cov

 

  • Da bambino cosa dicevi di voler fare da grande?

Lasciamo perdere! (ride). Si tratta di una roba un po’ strana, non che non mi piaccia il pianeta terra eh, però sono sempre stato affascinato da tutto ciò che può esserci oltre quello che già che conosciamo. Quindi quando ero piccolo mi piaceva proprio guardare lo spazio, le stelle… ovviamente era una cosa un po’ ingenua, però continuo ad esserne affascinato e mi informo attraverso film o documentari a riguardo. Pensate a quanto possa essere bello poter dire “vada a fare un giro” (al di fuori dalla terra).

  • Chi erano i tuoi idoli musicali da ragazzino e con chi, invece, ti piacerebbe avere una collaborazione musicale ora?

Da ragazzino non è che avessi proprio un artista specifico come idolo, forse posso fare il nome di Tupac perché mio fratello aveva tutta la sua discografia, così come anche quella di Dre… ma non te lo dico perché magari sono i nomi più comuni, ma ricordo proprio che tra tutto quello che potevo ascoltare, mi colpiva quel sound perché era molto avanti, era più fresco. Se oggi metti quei dischi nei club la gente li balla ancora: quando fai della bella musica, resta. I pezzi che ascoltava mia madre, ad esempio, sono diventati quelli che io ballo nei club.

Ascoltavo tanto anche i Club Dogo, più che altro per la metrica e la cadenza che reputavo fortissime, così come le punchlines ovviamente. Invece la persona con cui collaborerei in Italia non te la posso dire perché l’ho già realizzato (ride), all’estero forse sceglierei Giveon, che ha fatto dei ritornelli bellissimi per Drake ed ha una voce che ricorda quella di Nina Simone. Vorrei tantissimo che anche in Italia arrivasse il soul, l’R&B. Qui quasi nessuno fa il vero R&B e anche in America sta cambiando. Probabilmente dipende dal fatto che in Italia abbiamo saltato il passaggio della connessione con il blues o con il rock, arrivando direttamente al rap, anche per un fattore storico culturale.

 

  • Dai tuoi testi e dal tuo trascorso nel collettivo del COV, abbiamo appreso molto della vita per niente facile nei quartieri periferici di Milano; molti ragazzi cercavano uno sfogo nel rap e maturano un certo senso di appartenenza; in Lottiamo soli infatti dici “lottiamo soli, moriamo assieme”: che valore hanno avuto la solidarietà e l’amicizia nel tuo percorso in ascesa?

Per me hanno significato tantissimo. Nel mio percorso ho conosciuto persone che magari non fanno musica ma che mi hanno aiutato e sostenuto. C’è una frase che ho scritto da ragazzino e che ancora ricordo, è molto semplice ma racchiude questa cosa qui: “un fra mi da’ ciò che la chance non mi ha mai dato”, nel senso che spesso mi sono ritrovato in situazioni che non è stata la fortuna a farmi trovare ma un amico, perché magari credeva in ciò che facevo, senza che mi dovesse nulla. Adesso lavoro con dei ragazzi con cui è nato un rapporto d’amicizia gigantesco e sento che la musica lo amplifica, perché è come se Mosè Cov (che era da solo) si fosse diviso in queste quattro persone dove ognuno riesce a compensare l’altro. Si sperimentano cose nuove e questo conta tanto.

  • In Male invece, brano uscito nel gennaio 2019, scrivi “avrai sempre un cazzo di motivo per non stare bene”. A questo proposito, lo scrittore russo Dostoevskij scrisse che il dolore è proprio di chi ha gran cuore e vasta coscienza delle cose; ti rivedi in questa definizione?

Quella frase lì l’ho scritta riferendomi ad una ragazza, era rivolta a lei e ricordo ancora bene la sensazione che vi è dietro: credo che alcune persone riescano a rendere la propria vita interessante solo quando soffrono o sono al limite, quindi anche quando tutto va bene ci può essere questa tendenza a farsi del male ed è una cosa mentale che non è sicuramente positiva per la propria vita. Io e lei giocavamo molto su questo aspetto qui, una volta le dissi quella frase, mi era rimasta impressa e così me la sono segnata.

  • Ti definisci un lettore? Hai dei libri o dei film preferiti?

Si! Solo che tra libri e film che mi piacciono ce ne sono tantissimi che potrei nominare, se non guardo almeno un film di notte non dormo, è impossibile sceglierne solo alcuni, anche perché guardo un po’ tutti i generi cinematografici e non ho un genere preferito. Però posso nominarti dei classici che sono tra i miei preferiti: La Haine e Do the Right Thing, di Spike Lee.

 

 

  • Il tuo ultimo brano si chiama Stai zitto, uscito in collaborazione con Young Rame e Cromo: raccontaci un po’ il processo creativo dietro a questa tua ultima fatica!

È stata proprio un’esigenza, mentre scrivevo mi son detto “basta, vorrei che calasse un po’ di silenzio”, sarebbe più utile alzare il volume solo quando si ha qualcosa da dire. Poi, mentre ero in studio a lavorare sul pezzo, Cromo (che è un amico) l’ha sentita e gli è piaciuta tantissimo. Allora, per completare la triade, ho deciso di chiamare anche Young Rame. Ero sicuro che sarebbe piaciuta anche a lui. Ed è questo il bello: nonostante abbiamo tre stili molto diversi, è venuto fuori qualcosa di molto interessante.

  • Riusciresti a spiegare la tua arte, la tua musica in una sola parola?

In una parola sarebbe impossibile, altrimenti direi qualcosa di troppo scontato (ride).

  • Come ti vedi da qui a cinque anni? Cosa vorresti dire al Mosè Cov del prossimo futuro?

“Hai fatto bene”, al me del futuro direi che ha fatto bene. E come mi vedo… beh, mi vedo su un palco con tanta gente sotto che canta le mie canzoni.

 

Alessia Santoro

Alessia Santoro

Nata e cresciuta in Salento, vive a Bologna, dove si è laureata in lingue straniere e dove ha potuto dar spazio a tutte le sue passioni, tra cui la fotografia, la scrittura e la musica. È un’assidua frequentatrice degli ambienti underground e curiosa osservatrice per natura.