Noio Volevam Suonar: L’album da quarantena di Marok ed Edda

Noio Volevam Suonar è lo slogan scelto da Gianni Maroccolo e Stefano Edda Rampoldi per promuovere il loro lavoro in versione “album regalato”. Un disco nato durante la quarantena da Covid-19 e reso disponibile a titolo gratuito dai due autori.

Undici tracce tra riconversioni musicali di composizioni già esistenti, cover, omaggi e tanta empatia sonora. In mezzo alle sfumature post rock, la vena pulsante del richiamo ambient, le psichedelie accessibili e qualche simil ballad fuori canone, trovano spazio testi non-testi pregni di profondità dolorose e malinconiche, alternati da un tratteggio ironico e incline al non sense (estremo in certi frangenti) che sa sublimarsi in aforismi rilevanti e stupefacenti. Aggregazioni notevoli per corpo, per struttura e per contenuto. Personalmente ho cominciato a crederci dopo averli assimilati. Sulle prime tentennare è concesso, in seguito è tutto in discesa.

Noio Volevam Suonar: preorder e diffusione.

Le modalità di condivisione previste per l’opera a firma Marok/Edda.

Noio Volevam Suonar è disponibile in download digitale dal 30 Giugno, mentre la campagna di sensibilizzazione per poter ricevere gratuitamente una copia fisica in vinile o formato CD si è conclusa due settimane prima. Uno sforzo produttivo ed economico non da poco che vede Gianni Maroccolo, Stefano Edda Rampoldi e l’etichetta toscana Contempo Records stringersi in un “sacrificio” di intenti. Gli stessi autori raccontano di una produzione scarna, lo-fi, fatta con un basso, un computer ed un tablet. Il resto è storia, verrebbe da dire. Non immagino cosa avrebbero potuto combinare con un approccio professionale sotto ogni punto di vista. Visioni mistiche.

Il titolo dell’album, che solo per questioni puramente tecniche riportiamo senza arzigogoli, deriva dalla celebre scena di uno dei film più noti di Camillo Mastrocinque: Totò, Peppino e la Malafemmena. Con protagonisti i due indimenticabili artisti napoletani mentre cercano di interloquire in totale supercazzola con un vigile, scambiato per un graduato austriaco. Per esteso e per dovere l’LP prende il nome Noio; Volevam Suonar. Dove i punti e le virgole giocano un ruolo fondamentale quanto le parole, in un programma di allusioni e citazioni da applausi. Soprattutto perché si rivedono nell’opera sotto forma di canzoni che magari non hanno nulla per cui ridere.

Per il buon Marok siamo abituati a concetti progettuali trasformati in musica; non si può dire esattamente lo stesso per Edda. Tuttavia, la personalità eclettica del cantante milanese (ex Ritmo Tribale) si fa spazio con agio e comodità nel contesto surreale. La sinergia tra i due è completa: Maroccolo forma, scompone e rimodella; Edda canta e interpreta, un po’ voce, un po’ attore e un po’ autore. Dominatore dell’opera è il concetto di astrazione: tutto si può compattare e slegare continuamente, perdendo sì la forma (talvolta) ma acquisendo una certa trascendenza.

edda marok

Noio Volevam Suonar: l’album regalato di Maroccolo ed Edda canzone per canzone.

Al pronti via si presenta un pezzo niente male, Maranza. L’esordio è fuorviante perché quel “odiamo i Negramaro” è tutto fuorché strutturale. Maranza nasconde tanta di quella potenza comunicativa che si può permettere il lusso di perdersi in un teatrino costruito ad hoc per richiamare dettagli sulla lavorazione del disco intero. Questo sulle prime. Nel mezzo un testo che si propaga a 360 gradi, ora con connotati personalissimi, ora con grandi assunti di vita. Senza avere la presunzione di voler insegnare nulla a nessuno.

Servi Dei Servi è il singolo che il 21 Maggio ha anticipato l’album. Rimandi storici e culturali che partono dalla figura di Marco Philopat e gravitano attorno al centro sociale milanese Virus. Questo non lo dico io ma Stefano Edda Rampoldi che su questo ci ha scritto la canzone. Musicalmente, lo scorcio ossessivo di alcuni passaggi ne delinea il messaggio trasversale. Quel contesto socio culturale è antitetico a quello contemporaneo nel capoluogo lombardo.

Noio è il tentativo finito male di plagiare un famoso brano dei Baustelle. Noio Volevam Suonar è ricco di riferimenti del genere. Tant’è che solo un lontanissimo sentore spurio può essere decodificato e tacciato quale “plagio”. La consapevolezza dell’approccio, non totalmente condivisa da Gianni Maroccolo, fa sì che il risultato sia già di per sé enormemente valevole e, di certo, nessuno troverà analogie tra le contendenti. Genialata.

Con Stai Zitta si vanno a sottolineare quei comportamenti assurdi e inquietanti che troppo spesso si raccontano nelle storie di coppia. Il testo fa riferimento ad un ex brigatista e ai suoi problemi con la moglie. Si vivono tutti, e scusate se è poco.

A un passo dalla fine del primo tempo è il momento di Madonnina. Composizione particolare, minimalista se vogliamo. Tema amour fou. Solo un modo elegante e artistico per indicare passioni irragionevoli e ostinate. L’ordine del giorno per molti.

Noio Volevam Suonar al giro di boa col vento in poppa.

Con Bebigionson Gianni Maroccolo e Stefano Edda Rampoldi raggiungono il nirvana. Canzone che gli autori dicono sia nata liberamente tratta da un altro brano di Daniel Johnston. A questo giro Edda ci ruba pure il lavoro trovando la quadra analitica perfetta con un laconico quanto eloquente “si parte da un impiattamento leggermente meneghino, per finire a pecora sui Matìa Bazar”. A sentimento prima e con ragion veduta dopo ritengo non serva aggiungere altro.

Esce Il Sangue Dalla Neve è allusivo oltre lo scibile del verso poetico. Non a caso in calce si aggiunge la firma di Alessandro Grazian. L’assurdo velato in Noio Volevam Suonar si fa a tratti oltremodo concreto, lambendo il principio pittorico e sculturale del sublime. Poi l’interpretazione mi ricorda molto Mina e la cosa mi garba parecchio. Bastava questo.

Achille Lauro nomina il cantante romano ma non lo sfiora. Il titolo, a mio avviso, è un espediente. Sul perché non esiste un motivo concreto. C’è più de I Profeti con quel “aveva gli occhi verdi dell’amore”.

Sognando di Don Backy ritorna in Noio Volevam Suonar uguale alla versione già sentita nel Alone Vol. IV di Gianni Maroccolo. Stavolta la voce è tutta di Edda. Canzone enorme e tutti ricorderemo l’interpretazione della tigre di Verona.

Prima della conclusione Mantrino riprende dei veri mantra, almeno credo. Musica di Marok, canta Edda. Sentitevi liberi di abusare di tutto ciò porti benessere attraverso la combustione.

Castelli Di Sabbia di Claudio Rocchi è il saluto “oltre autore” che il duo ha scelto di offrire, completamente ricostruito, come arrivederci verso il pubblico di appassionati che hanno fin qui goduto di questa esperienza. La struttura della canzone appare vagamente più classica rispetto all’impronta destrutturante peculiare di Gianni Maroccolo e del suo basso “costruzione di massa”. Sembra un ossimoro ma non lo è. Però quel sentore di sitar mi ha a tratti portato di peso su una qualche cima dell’Himalaya, tra neve sempiterna e musiche tradizionali tibetane.

Edda Marok

Come creare arte partendo da una quarantena forzata sfruttando la potenza delle idee. Maroccolo e Edda insegnano che si può, anche con discreti risultati dal punto di vista squisitamente tecnico, e così è nato Noio Volevam Suonar.

La spinta di questa opera sta tutta nelle personalità dei due autori. Le capacità sonore musicali di Gianni Maroccolo si fondono in modo naturale con la voce di Stefano Edda Rampoldi. Ma non finisce qui. Noio Volevam Suonar è figlio di un esperimento che, ad un certo punto, è sfuggito di mano divenendo qualcosa di molto più concreto e valevole di quanto, secondo me, avrebbero pensato in principio i due nuovi Fratelli Caponi.

Dal primo ascolto si esce frastornati, forse un po’ confusi. Dal secondo in poi è un amore che cresce di volta in volta. Tra tematiche e modalità sonore si finisce per immergersi e non rendersene conto. Tutto questo con un basso, un computer ed un tablet. Probabilmente molta banda in fibra ottica e le sole idee di Marok ed Edda. Sarò ripetitivo, ma cosa avrebbero fatto con tutto il tempo del mondo e i comfort di una produzione con tutti i crismi del caso?

Mario Aiello

Mario Aiello

Sono nato a Napoli il 31 Ottobre 1984, un giorno nefasto per me e per il mondo intero: moriva il grande Eduardo. Musica è l'aria che respiro. Amo suonare, girovagare in moto e leggere roba da mentecatti. Odio con disinteresse il 99% dei pensieri che una persona normale riesce a partorire. Desidero l'empatia e il conflitto mi lascia perplesso. Sono un pagliaccio asociale depresso.