Stateless: il dramma delle non-persone

Stateless è una serie tv australiana drammatica uscita per la rete televisiva THE ABC a marzo 2020 e disponibile su Netflix dall’8 luglio 2020.

Ideata dalla pluripremiata Cate Blanchett (2 premi Oscar, 3 Golden Globe; Ambasciatrice di Buona Volontà di UNHCRA), Stateless è composta da sei episodi scritti da Elise McCredie e diretti da Emma Freeman e Jocelyn Moorhouse e si basa su vicende realmente accadute.

Stateless

INTERPRETI & PERSONAGGI

I protagonisti della serie sono essenzialmente quattro:

  • Yvonne Strahoviski (The Handmaid’s tale, The Predator) che interpreta Sofie Werner, una hostess infelice della sua vita;
  • Jai Courtney (Divergent, Unbroken, Suicide Squad) interpreta Cam Sandford, un agente di polizia al centro di detenzione per immigrati;
  • Faysal Bazzi (The Merger) nei panni di Ameer, un professore afgano che sognando di salvare se stesso e la sua famiglia dalla violenza del suo Paese, diventa un richiedente asilo;
  • Asher Keddie (Love my way, Offspring), rappresentante dell’istituzione politica che si occupa della gestione del centro di detenzione: Claire Kowitz.

Ognuno di loro rappresenta una condizione socioeconomica e psicologica profondamente diversa e a tratti speculare che li condurrà nello stesso luogo: il centro di detenzione per l’immigrazione.

 

TRAMA & TEMATICHE

 

Per costruire e interpretare a 360° ogni svolgimento della trama, Stateless si serve di numerosissime dicotomie. Il primo e ampio binomio è rappresentato dalla condizione di libertà/prigionia, sia in senso stretto che in senso figurato.

Nel primo caso, è immediato il riferimento ai detenuti – come Ameer e Sofie – in contrapposizione ai cittadini liberi che hanno la libertà di scegliere cosa fare della propria vita, dalle piccole azioni quotidiane ai cambiamenti radicali. Anche Sofie aveva questa facoltà.

La sua storia è realmente accaduta e si ispira alle vicende di Cornelia Rau, una cittadina tedesca detenuta per dieci mesi (2004-2005) in un centro australiano di detenzione per immigrati.

Nella serie, Sofie è una brillante hostess ma è oppressa dalle mura domestiche, dal giudizio dei familiari che talvolta possono tappare le ali per desiderare un “meglio” che soddisfi loro. Sofie era libera fisicamente ma aveva delle catene mentali che imprigionavano la sua personalità così fragile e delicata. È questo il motivo per il quale si avvicina ad un’associazione polifunzionale che attraverso la danza e degli incontri interpersonali, veicola messaggi motivazionali positivi solo all’apparenza. Si tratta, infatti, di una vera e propria setta che sfrutta la malleabilità del pensiero umano per attuare pratiche subdole non limitandosi a rivoluzionare percezione della realtà ma distorcendola.

È chiaro che se una persona vive in un contesto ma non lo esperisce secondo le norme comunemente accettate, si sente prima straniero e poi strano: un pazzo.

Stateless

È quello che succede a Sofie che, frequentando assiduamente quella setta, finisce per acquisire una nuova cognizione dell’ hic et nunc finendo per alienarsi dal vecchio mondo. Sceglie un altro nome, cambia il modo di approcciarsi agli altri, impazzisce, parte e si ritrova nel centro di detenzione per immigrati. Ecco Sofie: incapsulatrice di polarizzazioni. Dall’avere tutto si ritrova a non avere nulla. Dalla libertà ottiene la prigionia. Dall’essere qualcuno diventa una non-persona.

Da qui è spontanea l’associazione di un’altra dicotomia che vede due diversi epiloghi per due donne indipendenti e in carriera: Sofie e Claire.

Come abbiamo visto, Sofie abbandona la sua carriera al fine di preservare la sua personalità, per essere libera di vivere senza schemi predefiniti. Claire, al contrario, è la personificazione per eccellenza dell’attaccamento e della protezione del proprio lavoro. Tutto deve essere sotto il suo controllo, anche a costo di perdere la stima e la presenza fisica delle persone più vicine, dagli amici alla famiglia.

Dal lato opposto ci sono due padri, Ameer e Cam, disposti a far di tutto per la famiglia fino a riscoprirsi fautori di azioni che loro stessi definivano amorali.

Cam ha tre figli e una moglie ed è sopraffatto dal non poter garantire un tenore di vita alto. Per questo, decide di intraprendere la carriera militare entrando nel corpo di Polizia con cui presterà servizio nel centro d’accoglienza. La sua integrità morale inizia a vacillare pian piano quando cederà alle tentazioni: dal tradire sua moglie a usare la violenza nei confronti degli immigrati.

Ameer è un docente afgano che non vuole che le sue due figlie crescano in un ambiente violento e precario come l’Afghanistan. Per questo motivo, insieme alla moglie, investe tutti i suoi risparmi per partire e cambiare vita. Ciò che non avrebbe potuto immaginare è la vigliaccheria degli scafisti per cui i rifugiati politici, i richiedenti asilo, i profughi e i clandestini non sono altro che non-persone: merce per un traffico di essere umani spietato e usurante. Nel cammino verso l’agognata vita migliore, Ameer si ritroverà ad assistere alla perdita della moglie e di una figlia, ad un omicidio e ad un furto. Arriverà al centro estenuato, stanco, ferito.

In pochi lo sanno, forse solo lui.

 

 

Stateless , Una serie promossa dall’UNHCR

 

Chissà quanti operatori indagano l’origine di quelle cicatrici invece di mettere le dita nelle piaghe di quegli esseri umani considerati numeri, oggetti infetti, ospiti senza invito, colpevoli di desiderare una vita migliore. Non è fiction, è una realtà che ci riguarda ogni giorno mentre assistiamo alla narrazione di un processo mediatico che pensiamo lontano. Invece è davanti ai nostri occhi, tra noi e con noi.

È questo il motivo per cui l’UNHCR ha promosso la visione di questa serie. Perché oltre alla bravura della struttura cinematografica, c’è la cronaca che si specchia su uno schermo televisivo utilizzando un linguaggio diverso, in grado di sensibilizzare ed innescare riflessioni più approfondite sulla responsabilità di ogni persona nei confronti delle altre. Sulla condizione dei centri di accoglienza, sulla violenza delle forze armate, sulla pericolosità delle sette e soprattutto sullo sradicamento delle etichette.

Esiste il male e il bene ed entrambi non hanno patria, colore della pelle o religione.

Santina Morciano

Santina Morciano

È una collezionista seriale di prospettive, suoni, volti, libri e film. Nata e cresciuta in una famiglia di musicisti, ogni tappa della sua vita ha una colonna sonora.