Speranza, L’ultimo a morire: gioie e dolori di un atteso debutto

L’ultimo a morire è il debut album di Speranza, uscito lo scorso 16 ottobre per Sugar Music e registrato all’interno dello Studio Mobile di Red Bull. Un esordio di tutto rispetto per il rapper venuto dalla strada.

34 anni, di padre italiano e madre francese, Speranza – all’anagrafe Ugo Scicolone (lontano parente della Sofia nazionale) – ha vissuto nella banlieue francese, in un paesino a confine con la Germania, fino all’età di venti anni. Poi la decisione di tornare in Italia, di reinventarsi in Campania, di fare musica in un territorio da cui è difficile emergere, dopo l’esperienza da manovale (che mantiene ancora attiva). Un emigrante di ritorno che ha trovato la sua terra promessa nel bel Paese. Una fortuna non semplice, se si analizzano nel dettaglio gli anni che precedono la notorietà.

Trascorsi non limpidissimi fatti di vita sregolata, abusi (di sostanze stupefacenti ed alcoliche) e frequentazioni pericolose che lo hanno portato a maturare la convinzione di prendere le distanze da un certo mondo. Per lo meno è questo che si evince dai racconti rilasciati alla Bignardi e Vice. Ma dopo aver ascoltato il suo esordio musicale i conti non tornano. 

Nello specifico, alcune di quelle dichiarazioni cozzano palesemente con il messaggio che alcuni versi lanciano. Anche volendo scindere il lato artistico da quello umano, risulta difficile comprendere in definitiva se la dissociazione da certe dinamiche sia reale o soltanto narrata.  

Speranza L'ultimo a morire

Speranza – ph. Roberto Graziano Moro

Speranza, L’ultimo a Morire

 

So’ dieci anne ca nun faccio ‘na cosa del genere…
Pure vinte ca martello ma me chiammene emergente, mo degenero

Un, due e tre e Speranza rivendica subito il suo status d’artista, manifestando una certa insofferenza verso chi lo considera oggi un emergente. Sono venti anni che martella (ci dà dentro) ma le luci della ribalta  si sono accese soltanto di recente.

Il successo mediatico, giunto grazie ad alcuni singoli, ha suscitato un certo interesse nei confronti del rapper francocasertano, alimentando la curiosità di capire cosa ci fosse oltre i ritornelli che lo hanno portato poi in giro per l’Italia, fin quando è stato possibile. Ed eccolo qua, L’ultimo a Morire, il primo album. Non un vero e proprio manifesto identitario ma qualche nota da segnalare c’è. A partire dalla prima traccia, Casertexas, biglietto da visita con cui Speranza si presenta ufficialmente. Una intro di colore che dedica due barre di silenzio per le vittime di Gaza. Meritevole, soprattutto in un panorama dove diventa sempre più complesso trovare artisti orientati (schierati sarebbe come chiedere ad una balena di ambientarsi nelle sabbie del deserto) politicamente.

 

 

14 tracce intrise di contaminazioni culturali e linguistiche. Barre cariche di rabbia: quella degli ultimi, dei dimenticati, degli invisibili alla politica, sfruttati dalla società del profitto (legale e criminale). Rime di rivalsa sociale così sature di rancore da risultare difficili da digerire persino a stomaco vuoto.

Anche negli episodi più leggeri la fame e l’odore della polvere in canna è forte. Uccidere per non essere ucciso, per essere l’ultimo a morire.

A la muerte è la ballad rap che non ti aspetti, quella adatta ai criminali romantici. Speranza alimenta bene il pezzo che tuttavia si perde nelle rime poche incisive di Tedua (un po’ fuori contesto). Iris è la serenata rap in chiave zigana di chi non si lascia piegare dagli eventi. Russki Po Russki (la mia prefe) è l’inno che ti porta ad alzare il gomito in disco, mentre Omm i merd e Puttana*** sono gli appellativi attribuibili a chi, in determinate logiche, se li  guadagna.

Camminante è l’omaggio voluto e sentito verso un mondo vicino e nei confronti di un artista, Rocco Gitano, che stima davvero. Insomma, non la classica marchetta per monetizzare qualche ascolto. Probabilmente la featuring più riuscita dell’intero lavoro.

L’altra parte dell’album (100 anni, Chinatown, Casertexas, Spall a sott 4, Calibro 9, Takeo Ischi), quella più dura, che concettualmente costituisce il nucleo fondante de L’ultimo a morire, sotto il profilo interpretativo si presenta più complicata da commentare. A meno che non si diano per buoni alcuni assunti indimostrati. 

 

Sarà la Speranza l’ultima a morire?

 

L’ultimo a Morire è un album che non racconta soltanto storie ma le rappresenta. Le rime nude e crude, lo stile gangsta,  forniscono ulteriori elementi alle discussioni sulla pericolosità del rap. Di cosa parla Speranza nelle sue canzoni? non certo di quel sentimento che risponde al suo moniker. Parla di vita vissuta, in strada, di spaccio e consumo di droghe, di amicizie vere e criminali utilizzando il gergo – o se preferite, il linguaggio – di chi  quel contesto lo vive sulla propria pelle. Un breviario di espressioni locali che, grazie alle sue rime, vengono sdoganate acquisendo interesse diffuso. Si pensi a Chiavt a mammt, ad esempio, un regionalismo diventato hit a suon di click.

Il potere immaginifico di alcuni versi è spiazzante. Speranza ha attitudine da vendere, le sue rime fanno rumore e scuotono dal profondo, con prepotenza. I beat sono curati bene e molto orecchiabili, a parte qualche passaggio più cupo. Con lo scorrere dei minuti arriva tutta l’energia che Ugo impiega nell’urlare al mondo la sua condizione. Speranza rappresenta, in Italia, un esempio di integrazione e multiculturalità. Pregevole anche il suo schierarsi apertamente in favore di alcune cause internazionali, come il conflitto di Gaza. 

Tuttavia, ciò che rimane in penombra è la reale voglia di riscatto, tanto decantata nelle interviste  presenti in rete ma di cui si scorge difficilmente traccia nel disco. L’ultimo a morire sembra quasi una sfida, più che un gioco di parole. Una sorta di rivendicazione di immortalità di gomorriana memoria. Non si avverte un sincero distacco da quelle dinamiche, non una condanna esplicita, ma compiacenza. Di esplicito, in particolare, turba una certa vicinanza a quel cancro che è la criminalità organizzata. Una vicinanza che parte dai fratelli minacciati dall’autorità passando per un inspiegabile hai capito Saviano? in Spall a sott 4, brano che si conclude con un raggelante A Caserta ‘a gente a te te piscia ‘int’ ‘a sacca. Espressione che, in  una lettura combinata, evoca decisamente cattive sensazioni.

 

Speranza

Speranza – ph. Tiziana Teperino

 

Alla fine del bel viaggio sonoro sul fendt caravan dunque resta un po’ di amaro in bocca e sullo sfondo una perplessità: lo Speranza visto in tv e nelle video interviste sul tubo, con cui si empatizza facilmente, è lo stesso che incontriamo qui? La contiguità con alcune dinamiche criminali è di natura artistica, ovvero è un modo per esorcizzare i demoni che bussano alla porta della coscienza rappando, o, da come traspare, è davvero l’ultimo baluardo di una vicinanza ideologica dura a morire? Chi scrive propende per la migliore delle ipotesi, augurandosi di non esser riuscito a cogliere (decifrare) il senso più profondo dell’opera. Purtuttavia, considerando i tempi bui che attraversiamo come società (caratterizzati da negazionismi di ogni sorta), sarebbe forse opportuno fare chiarezza anche per chi non è avvezzo ad alcuni discorsi. Soprattutto quando ci si rivolge ad un pubblico non ancora del tutto adulto. 

 

 

Salvatore D’Ambrosio

 

 

Salvatore D Ambrosio

"Alto, grosso e con la barba. Il capo della baracca è un buon gustaio, e non potrebbe essere altrimenti per un amante del bello come lui. Un Bud Spencer prima che abbandonasse la dieta!"