Utopia, la serie tv Amazon non adatta ai complottisti.

Utopia è una nuova serie tv americana disponibile in esclusiva su Amazon Prime Video dal 25 settembre 2020.

Il titolo nasconde un inganno in quanto induce a pensare a qualcosa di rassicurante, idilliaco, ad una realtà ispiratrice. Beh, primo spoiler: non è così! A dirla tutta non si tratta neanche di una realtà così lontana dalla nostra. Ma andiamo per ordine.

Creata e scritta da Gillan Flynn e diretta da Toby Haynes, Utopia è una serie non originale, basata sulla precedente britannica di Dennis Kelly del 2013, trasmessa su Channel 4 in due stagioni e mai arrivata in Italia.

 

 

Utopia – La storia

 

La serie è  decisamente un thriller dallo stile cult che mette in scena una grande cospirazione da parte di una pericolosa organizzazione, chiamata the Harvest (The Network, nella serie precedente ), capeggiata dal misterioso Mr. Rabbit. Intorno ad essa ruotano le storie di cinque ragazzi: una sorta di nerd che prima di incontrarsi dal vivo comunicavano solo attraverso i social, accomunati dalla stessa passione-ossessione per “Utopia”, il sequel del graphic novel dal nome “Distopya”.

Questi si ritrovano ad avere tra le mani il fumetto che sanno bene non essere solo pura fantasia. Al suo interno, infatti, ci sono delle informazioni criptate su una potenziale arma batteriologica che si preannuncia come una vera arma di distruzione di massa.

In un mondo che va a rotoli, tra incendi e disastri vari, la ciliegina sulla torta arriva con la diffusione – sempre più esponenziale – di un virus di cui non si conosce la cura e che minaccia la salute soprattutto dei più piccoli. I ragazzi, intelligentemente, mettono insieme tutti i tasselli fino ad arrivare alla verità e scoprire chi è fisicamente il fantomatico Mr Rabbit che, a quanto pare, ha letteralmente inciso sulla pelle il carattere tù , “coniglio” in cinese (un banale tatuaggio non avrebbe reso l’idea).

Quando ci vengono mostrare le immagini del fumetto, tutt’altro che rassicuranti, è come se ci trovassimo nell’enigmatico e inquietante “inferno” di Dan Brown, con la peste e le creature mostruose, animali e umani che si combinano tra di loro. Tutti vogliono conoscere il segreto che si cela dietro Utopia per scopi, apparentemente, diversi (da una parte il puro istinto di sopravvivenza e dall’altra il desiderio ultimo di salvare l’umanità).

Quello dell’organizzazione è di trovare soprattutto “Jessica Hyde”, una ragazza fuggitiva che si unirà presto al gruppo dei protagonisti. Vi sentirete in testa sempre la voce che vi chiede “Dov’è Jessica Hyde?”. A quanto pare Jessica nasconde qualcosa di vitale importanza per l’organizzazione, e per tale motivo è essenziale che rimanga viva (ma non libera). Questo è un peso che la giovane ingiustamente è costretta a portarsi dietro da bambina, dal momento che il padre era/è, in qualche modo, legato ad “Utopia”.

Utopia

 

Sette anni fa, molto probabilmente, guardando Utopia avremmo parlato di una storia ambientata in un mondo distopico. In futuro prossimo, ma pur sempre in un futuro. Adesso, invece, si preannuncia un effetto diverso. Ci sembra tutto molto reale e, cosa più preoccupante, attuale. A tal proposito, gli autori tengono a precisare, ad inizio di ogni episodio, che la storia non ha nulla a che vedere con i fatti che stiamo vivendo e che alcune scene potrebbero non essere gradite.

In effetti non è un trama che si digerirà facilmente. Verrà spontaneo provare empatia per i personaggi e immedesimarsi, visto che si parla di virus, pandemia e lockdown. Ma questa è una possibilità da cui mettersi in guardia, se vogliamo goderci il racconto e non sentirci vittime, anche noi, di Utopia. La serie infatti non è stata realizzata per parlare del nostro tempo, per quanto agghiacciante sia la coincidenza.

Ai complottisti sconsiglio la visione. Sarebbe pane per i loro denti, è vero, ma rischierebbero di impazzire guardandola e finirebbero per utilizzarla come spiegazione alle loro congetture. Meglio evitare.

Le critiche alla serie

 

Quando uscì la prima serie ricevette diversi apprezzamenti, mentre le critiche comuni riguardavano l’eccessiva violenza. La maggior parte di questi reclami riguardavano la scena in cui si assisteva ad una sparatoria in una scuola media. Una scena che è stata evidentemente tagliata nel riadattamento del 2020 e forse sostituita con la strage di ragazzi fan del fumetto in un hotel. 

Anche con la nuova versione le critiche non mancheranno, visto che violenza e bambini non sono proprio un connubio vincente. Soprattutto se dei minorenni vengono decontestualizzati e catapultati violentemente in un mondo di adulti spietati e fuori di testa. L’inquietudine di alcune scene deriva in particolar modo da questo. Quando uno dei protagonisti, Ian, alza la musica a palla e con i due ragazzini comincia a saltare sul letto, lo fa perché sa bene che sono solo bambini e che forse hanno visto e vissuto abbastanza per avere solo undici anni. In quel momento anche lo spettatore si sente più sollevato perché ritrova, per un attimo, una realtà familiare: i bambini che fanno i bambini.

La pima serie, a differenza del remake, è immediatamente riconoscibile nel suo stile, anche e soprattutto a livello visivo. Se dicessi di associare la serie ad un colore non potrebbe che essere il giallo. Quello stesso giallo cult (permettetemi l’espressione) della tutina deliziosa di Uma Thurman nell’interpretazione di Beatrix Kiddo, in Kill Bill.

Riconoscibile anche per la sua soundtrack psichedelica, con suoni per lo più elettronici, di Cristobal Tapia de Veer. La nuova serie Amazon, invece, si è affidata al compositore Jeff Russo, che ha mischiato rock psichedelico a hip-hop e pop moderno, ottenendo come risultato un effetto alquanto agghiacciante.

Vedremo come si scioglierà il nodo nella seconda stagione di Utopia e quanto rimarrà fedele alla sua antenata. Per ora possiamo dire che questo primo atto è stato piuttosto fedele alla storia originale, a parte qualche cambio nello sviluppo della trama.

 

UTOPIA E DISTOPIA. PERCHÉ È UNA SERIE CHE VALE

 

Se c’è una cosa che Utopia ci fa vedere bene è il meccanismo del potere di cui tutti sono complici, nessuno escluso, chi consciamente e chi no. C’è chi è solo una pedina del sistema e chi invece lo comanda.

Nelle puntate ricorre come una formula di rito: Cosa hai fatto oggi per guadagnarti il posto in questo mondo affollato? È evidente il lavaggio del cervello, necessario per far rispettare l’ideale, soprattutto agli innocenti, le creature più manipolabili. Bambini che vengono addomesticati, strumentalizzati e privati della loro infanzia.

Come ogni trama distopica che si rispetti c’è sempre l’elemento che mette in crisi il sistema. Prima o poi la situazione sfugge di mano. Non si può pensare di avere il controllo permanente, soprattutto se ciò che viene controllato è un essere umano.

È quello che Arby ci mostra quando decide di stare dalla parte dei “buoni”. Ma lo farà per davvero? Arby è forse il personaggio più complesso e colui che incute più timore. Sembra un automa che esegue ordini a comando, un burattino cresciuto senza alcun affetto. Ma qual è l’utopia in tutto questo? Di fronte “questo mondo affollato” cosa si può fare per ‘salvare’ l’umanità? Uccidere? Non esattamente.

Il mondo dis(u)topico pensa ad un’alternativa più facile e indolore: la sterilizzazione. Soldi investiti per il benessere biologico. Un’idea folle, e folle è chi pensa possa davvero essere più indolore di una guerra. Di fatto non c’è, per niente, nessuno scenario positivo. La serie ci mostra cosa si è disposti a fare in nome di un mondo ‘utopico’ e di come un’utopia può trasformarsi in distopia molto facilmente. Esistono limiti ai nostri ideali? Ma soprattutto: è l’ideale che ci affascina o la brama e il gusto di arrivarci che ci fa andare avanti?

Quando nel 2014 Channel 4 dichiarò che non avrebbero continuato la serie, nella sua dichiarazione aggiunse anche che di sicuro il pubblico non guarderà mai più un cucchiaio allo stesso modo. E io aggiungerei non guarderete o penserete neanche ad un coniglio nello stesso modo. Perché? Non vi resta che scoprilo da soli. Con il giusto distacco, mi raccomando.

 

Claudia Avena