“Letizia Battaglia Shooting The Mafia”, la fotografia di una palermitana

È finalmente disponibile anche in streaming Letizia Battaglia – Shooting The Mafia, documentario che ripercorre vita e professione della giornalista palermitana. Focus anche sulla Palermo degli anni ottanta e novanta, scrutata attraverso i suoi occhi e il suo obiettivo. La pellicola è stata prodotta in Irlanda dalla Irish Film Board (Fís Éireann/Screen Ireland) nel 2019, sotto la direzione di Kim Longinotto.

L’opera, poco distribuita nelle sale italiane a causa della pandemia da Covid19, è stata presentata il 20 novembre sulle piattaforme digitali dei cinema che hanno aderito all’iniziativa digitale #IoRestoInSala. Per l’occasione è stata la stessa Letizia Battaglia a presentare l’anteprima, assieme ai giornalisti Elena Ciccarello (direttrice-responsabile de lavialibera) e Andrea Romeo (fondatore di I Wonder Pictures). Il lavoro si aggiunge alla lunga lista della regista britannica, nota per i suoi cortometraggi incentrati sulla condizione del gentil sesso. Di fatto abbiamo di fronte un ritratto di donna, anche nella sua intimità, che si è fatta strada in un mondo di uomini, conquistando fama di fotoreporter stimata a livello internazionale.

“Con la macchina fotografica ho iniziato ad essere una persona. Prima non ero veramente una persona”.

Queste le parole che danno il via al racconto, dalle quali si percepisce sin da subito l’importanza della fotografia nella vita di Letizia Battaglia. Eppure la sua carriera da fotoreporter prende vita solo a quarant’anni. Ma cos’è che l’ha portata alla macchina fotografica e come si è guadagnata la fama di grande fotoreporter di mafia? I novantasette minuti di Shooting The Mafia, tra scene del passato in bianco e nero (tratto stilistico predominante) e incontri più attuali, riescono a dare una risposta esaustiva alla domanda. Andiamo per gradi.

Letizia Battaglia

Evoluzione della donna, prima “prigioniera” poi “intemperante”. La crescita personale prima della formazione professionale.

 

Letizia Battaglia nasce a Palermo nel 1935 e come tutte le donne dell’epoca sarebbe stata destinata a una vita da “prigioniera”, dipendente dalla convenzionale figura predominante dell’uomo di inizio secolo scorso. Mai come allora le donne saranno bramose di libertà. Ne sarà un fulgido esempio.

L’ossessione del padre di tenerla lontana dalla strada e dalle attenzioni degli altri uomini ha rappresentato una minaccia più per lui che per lei. Venne condotta quindi in un collegio di suore, dove sviluppò in breve tempo i tratti peculiari dell’ateismo. La sua personalità si stava già formando, pur se indotta contro volontà sul binario opposto.

Arriva il primo amore, il primo lui di cui ci parla. Uomo affascinate e benestante con cui scappa sposandosi a soli sedici anni. Doveva essere una via d’uscita, ma il matrimonio sarà un’altra “prigione”. Dall’unione tuttavia nascono tre figlie, ma la vita familiare, forse, non era la vera meta dell’ambiziosa Letizia. Si faceva strada in lei il forte desiderio di studiare ed emanciparsi, ma il veto del coniuge metterà in moto una serie di infausti avvenimenti. Inizia a stare male psicologicamente e, per questo, portata in una clinica in Svizzera lontano dalla famiglia. Da lì la svolta. Nuove frequentazioni, prende a concentrare le energie su se stessa, l’incontro simbolico con quella libertà che le era stata sempre negata.

Le relazioni e i mondi collimanti di giornalismo e fotografia.

 

Gli uomini che l’hanno conosciuta sembrano tutti concordare sulla personalità avvolgente e affascinate di Letizia Battaglia. Uno su tutti Santi Caleca, fotografo e suo ex amante. Un amore complicato il loro: fuggitivo e tragico. Nonostante ciò, come dimostra e testimonia l’incontro/confronto all’interno di Shooting The Mafia, a distanza di anni tra i due rimane la tenerezza di un legame quasi familiare. Santi fu probabilmente il vero primo amore della sua vita.

Non a caso, quando gli autori le chiedono cosa fosse l’amore, lei risponde: “una bugia. Perché, se fosse vero, non finirebbe mai”.

L’inversione di rotta dal giornalismo verso la fotografia da reportage.

 

Tutto ha inizio presso il giornale l’Ora. Letizia Battaglia è circondata da colleghi maschi. Capisce ben presto che è la fotografia il mezzo attraverso il quale riesce ad esprimersi al meglio ed emergere dalla competizione in redazione. Sarebbe dovuta restare “solo” una giornalista donna con un macchina fotografica, ma riuscì a prendere il suo posto facendosi largo sgomitando, sempre presente in prima linea. Si immerge completamente nella strada e da lì non ne uscirà più.

Parlare di mafia diventerà la sua più alta e profonda espressione professionale. Nonostante le strade della Palermo di allora fossero impregnate di sangue, non si è mai risparmiata. Un po’ disorientata, un po’ impaurita, scatta la sua prima fotografia ad un corpo senza vita sotto una pianta d’ulivo. Uno dei primi omicidi riconosciuti pubblicamente per mano mafiosa.

Letizia Battaglia

Shooting The Mafia

la città di Palermo come fulcro della criminalità organizzata.

La mafia a Palermo era una realtà che non si poteva più ignorare, così come nei comuni vicini. Non si può non citare Corleone e i famigerati corleonesi, di cui Totò Rina – “cafone sciatto” come Letizia Battaglia lo definisce – era il capo assoluto. Non tardarono ad arrivare le prime e ripetute minacce: fotografare volti di uomini di mafia ai funerali di altri mafiosi non era cosa gradita.

Cosa Nostra non voleva che i volti dei propri accoliti fossero di dominio pubblico. A meno che non si parlasse di boss con manie di protagonismo come dimostrò di essere Luciano Leggio: in tribunale le fece segno di avvicinarsi e lei lo fotografò, traducendo quel gesto come un’intimidazione. Faceva paura, spiega. Era un uomo che trasmetteva un “potere crudele”. Ma ciò non la dissuase dal fare il suo dovere di cronaca. La “pazzia”, ironicamente citata, le ha dato l’audacia di fronteggiare Boss e “punciuti” di ogni specie, perché di fatto si definisce lei stessa una coraggiosa. Sorpresa, dopo anni, dal come sia riuscita ad esserlo in quella città così temibile e spietata.

La lotta alla mafia e il tentativo di intervenire attraverso i banchi della politica.

 

Il desiderio di giustizia e la volontà di non arrendersi la inducono alla carriera politica. Diventa deputato con i Verdi verso la fine degli anni ottanta. Da quell’esperienza, che ricorda come la più brutta della sua vita, comprese ciò che Falcone ribadiva: “segui i soldi e troverai la mafia”. La mafia non era solo per strada.

Non abbandona il lavoro e la passione di fotografa. Imprime sulla pellicola il ricordo di Rosaria Costa, la vedova dell’agente di polizia Vito Schifani, che con rabbia, disgusto e debolezza aveva chiesto ai mafiosi di pentirsi durante il funerale. O ancora la foto del primo cadavere innocente: un bambino ammazzato in una stazione di servizio colpevole di aver assistito all’assassinio del padre.

L’autocritica alla sua stessa fotografia e il valore riscoperto prima, riconosciuto poi, dalla critica di settore senza dimenticare l’impegno profuso per la comunità palermitana.

 

Quando cominciò a scattare foto inizialmente le sembravano orribili perché, di fatto, orribili erano le dinamiche che rappresentava: disperazione, morte, dolore. Letizia Battaglia capisce che tuttavia i suoi scatti portavano in dote una triste bellezza e quella andava condivisa.

“Le fotografie di Letizia sono sorprendentemente grafiche ma anche, stranamente, hanno una specie di bellezza che spezza il cuore. Lei è il mio eroe”

Kim Longinotto.

Con le sue fotografie voleva riscattare la sofferenza della gente onesta di Palermo. Fotografare era un’azione a sostegno degli altri. Condividere il dolore attraverso le immagini, per quanto imbarazzante fosse, era il manifesto di una donna che scattava atrocità col solo scopo di raggiungere la coscienza dei suoi concittadini.

Per sé stessa sentiva la necessità di scattare fotografie. Lo si capisce quando con amarezza, a stento, riesce a spiegare il rimorso di non aver fotografato i corpi, o quello che rimaneva, di Falcone e Borsellino. Lei conosce, parla di e con Falcone, lo stima come persona e uomo di Stato. La stessa stima per Borsellino, tanto che fu troppo dura per lei accettare che non fossero più corpi viventi. Quelle due fotografie non scattate rimangono due pezzi centrali di un puzzle impossibile da ricostruire.

È su Palermo che Letizia Battaglia ha posto maggiormente l’obiettivo, ma il suo lavoro è vario con ritratti di donne, spaccati di vita quotidiana, nudi femminili, bambini e bambine. Di recente fotografa per la campagna di Lamborghini, per la prima volta a colori, scegliendo sempre giovani ragazzine come soggetto acconto alle macchine (criticata per questo sui social). Pezzi unici che non vengono tutti presentati nel documentario. Ne avremmo voluti di più, ma il titolo ci aiuta a capire cosa aspettarsi: il ritratto di Palermo. Quella mafiosa, con la quale il legame è imprescindibile.

Se è vero che la fotografia, in questo senso, rappresenta un pezzo storico fedele e indelebile (picturam manent) che sa imprimere esattamente l’emozione oltre che il fatto in sé, allora si può dire che Letizia Battaglia abbia impresso indelebilmente negli annali un pezzo di storia italiana.

Letizia Battaglia

Letizia Battaglia oggi.

 

Letizia Battaglia trasmette un’immagine di donna vissuta, sicura, passionale e, aldilà dei suoi 85 anni, giovanile. Insomma è ancora oggi quella che è sempre stata.

Roberto Timperi è il suo nuovo e giovanissimo amore o “amico”, di cui non si vergogna a parlarne, ma per cui sa benissimo di essere oggetto di critiche. Di lui l’hanno colpita i ritratti fotografici anticonvenzionali che fa, per lo più, a transessuali. Ancora una volta la fotografia si unisce, come si vede, a uomini sì, ma soprattutto a fotografi.

Il documentario termina con delle riflessioni della Battaglia su se stessa e la sua vita. Spicca con tenacia e forza comunicativa il concetto che una donna libera non può avere paura. Si sente forte e potente tanto da non temere neanche la fine e questo le è dovuto proprio dagli anni di esperienza che porta alle spalle.

Si guarda indietro e con lucidità conclude: “il mio comportamento può non essere piaciuto ad un figlio, un amico, un amante ma non mi sento colpevole”.

Claudia Avena