Venduti i master di sei album di Taylor Swift (e lei non lo sapeva)

Non c’è pace per Taylor Swift.

L’artista che in meno di un mese si è trovata a colonizzare colonne giornalistiche prima per la pubblicazione di un nuovo disco, poi per vicende che l’hanno vista vittima di stalking, torna nell’occhio del ciclone per un’operazione discografica.

La cronaca dell’accaduto è presto sintetizzata: Scooter Braun ha venduto per una cifra tenuta segreta i master di sei album della cantante alla Shamrock Holdings, gruppo di private equity guidato da Roy Disney, nipote di Walt Disney. Braun, che ha una lunga storia di conflitti con l’artista americana, aveva acquisito i diritti dei master lo scorso anno per circa 300 milioni di dollari, quando Swift era passata all’etichetta Republic (gruppo Universal).

Sicuramente un grosso affare che porterà ingente denaro nelle casse di Scooter Braun, parliamo infatti di best-seller del calibro di “Red”, “Fearless” e “1989”, disco che segnò il contenzioso durato anni tra l’artista e Spotify. Braun si è tassativamente rifiutato di vendere i master direttamente a Taylor Swift, e siccome l’accordo prevede che per alcuni anni il possessore precedente riceverà comunque benefici dagli usi commerciali che ne farà la Shamrock Holdings, non ci saranno collaborazioni di quest’ultima con l’icona pop-country, nonostante i buoni rapporti intercorsi.

La soluzione? Sembra che l’artista di “Shake it off” sia al lavoro per registrare nuovamente tutte le sue hit.

Braun non avrebbe neanche detto il prezzo dei master al mio team. Semplicemente, non me li avrebbe venduti.

Discografia in pillole – L’importanza dei master

 

Per “master” si intendono le registrazioni originali del brano, che verranno poi incise nel prodotto discografico (sia esso fisico o digitale). La proprietà delle stesse è importante perché implica il diritto di farne uso commerciale traendo profitto da vendite, download e streaming. Nei dischi autoprodotti, ed in particolari accordi con etichette indipendenti, gli artisti riescono a detenere interamente (o almeno in buona parte) la proprietà dei master, mentre nei casi di etichette discografiche di maggiore portata le stesse anticipano cospicue somme di denaro, permettendo all’artista di produrre il proprio album in cambio dei diritti di copyright sui master.

Questa consuetudine è stata messa in discussione dall’attuale stato di salute del music business: i master generano introiti continui, attraverso gli ascolti degli utenti, mentre gli anticipi di cassa stanno diventando sempre più esigui. Molti artisti, infatti, stanno rinegoziando i propri contratti verso forse più eque di suddivisione dei profitti sui master. Perché, di fatto, non possedere i propri master significa non possedere le proprie canzoni.

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Giornalista | Creativo | Direttore di Scè da aprile 2018. Collaboro con diverse testate e mi occupo di ufficio stampa e comunicazione digitale. Unico denominatore? La musica.