La Viadellironia per Le Radici Sul Soffitto

Viadellironia: Quattro donne che fanno musica. Finalmente un po’ di sana presenza femminile in questo mondo dell’arte dei suoni, appestato dalla virulenta ubiquità profana dei cromosomi XY. I quattro pilastri della band sono in (dis)ordine: Maria Mirani alla voce e alla chitarra, Marialaura Savoldi alla batteria, Greta Frera all’altra chitarra e, in ultima ma non per ultima, Giada Lembo al basso.

La Viadellironia inizia proprio dove crescono le radici, ovvero, sul soffitto. 

 

Il titolo della loro opera prima – non contando l’EP di esordio assoluto Blu Moderno – attinge dal bacino dell’illogico pensiero e prende il nome de Le Radici Sul Soffitto. Ecco, per uno come me che praticamente venera le “cose al contrario” e i “sottosopra” di qualsiasi natura, il tripudio del concetto (a priori) si è già sublimato accostando titolo ad immagine di copertina. Opera grafica a cura di Dorothy Bhawl.

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Il disco nasce sotto una buona stella, disponibile dal 20 Novembre per l’etichetta Hukapan, anticipato dal singolo Ho La Febbre. L’LP è composto da dieci canzoni, prodotte da Davide “Cesareo” Civaschi, ed ha potuto contare non solo su alcuni interventi chitarristici della sei corde in forze agli Elio e le Storie Tese, ma anche sulla voce di Stefano “Edda” Rampoldi, proprio per il singolo di lancio. Chi ben comincia è a metà dell’opera, e non abbiamo ancora pigiato play. Scopriamo assieme di cosa si tratta e come suona la prima fatica delle Viadellironia.

Le Radici Sul Soffitto una pianta per volta, canzone dopo canzone.

 

Pronti via, si parte con Bernhardt. Una mid-tempo che ci introduce pian piano nel mondo equilibrato di isterismo e calma da una parte, mentre dall’altra incalza l’invettiva autolesionista, intelligente, ma senza scopi da “lieto fine” tra suggestioni teatrali e malinconia del reale.

Atto due. Le Radici Sul Soffitto incalza sul ritmo, soprattutto con le chitarre quando le dinamiche prendono vigore negli intorni del ritornello. Sullo sfondo la vena tra ironia (prima) e sarcasmo (dopo) che, come un Cicerone qualsiasi, ripercorre le fasi di quella che, probabilmente, è la disillusione di una presa di coscienza ineluttabile e per certi versi disattesa.

Il primo singolo delle Viadellironia, lo abbiamo detto, è stato Ho La Febbre. Qui la voce particolarissima e distintiva del buon Edda si unisce a quella di Maria Mirani nel migliore dei modi. Il cantante milanese riesce a mettere un po’ di se stesso in qualsiasi cosa gli venga proposta, generando quelle che dovrebbero essere per regio decreto “featuring additive”. Ovvero collaborazioni che portano in dote il valore aggiunto, impreziosendo il risultato finale. Il capoluogo meneghino pare essere dominato da un Mangiafuoco collodiano che impone i suoi ritmi e le proprie scelte. Ma, nonostante ciò, la vera ferita arriva da ciò che ci è più vicino.

La Mia Stanza chiude un mini ciclo di ascolto pensato proprio per inserirsi nella prima parte de Le Radici Sul Soffitto. Alleggerire l’approccio per l’orecchio, lasciando spazio e modo all’intelletto di focalizzare i testi. Le parole pongono il focus di volta in volta su tematiche relative alla vita degli ultimi, magari dei penultimi, ma di certo non dei primi.

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Viadellironia: il giro di boa de Le Radici Sul Soffitto è scandito da un brano che si intitola “Canzone Introduttiva”. Il cerchio dei sottosopra comincia a prendere la via per una degna chiusura.

 

Da qui in avanti le liriche prendono una piega ancora più complessa nel trattamento dei concetti espressi. Il punto di forza di queste quattro donne lombarde è dato dalla qualità tangibile di non cadere mai nel baratro della banalità annunciata. Oh, mai! Canzone Introduttiva ne rispecchia ogni prerogativa. Non a caso è la più lunga dell’album, circa sei minuti. Il motivo è tutto dietro la frase conclusiva: “Ricorda giudice l’esecuzione, con l’accusa di inventare divinità che amano con troppa convinzione, e che certo chiedon troppe libertà”. Sul come si arrivi a questo, vi invito fortemente ad ascoltare il brano.

Il fare disfattista, a ragion quasi veduta, oserei dire, trova il suo inno in Come Vene Nel Marmo. Viadellironia non si può catalogare semplicemente con qualche etichetta di genere. L’interpretazione squisitamente musicale muta le sfumature e mutua da ciò l’altalena espressiva già all’interno di una singola canzone. Ma la domanda è un’altra: cosa avrà fatto di tanto male il cane con i suoi occhi scrutatori? Malinconia e decadenza ammazzano. Speriamo non il povero amico a quattro zampe.

La parte melodica/orecchiabile dell’opera è forse tutta concentrata in Stampe Giapponesi che, con un piglio ritmico leggermente più sostenuto, assume il ruolo di canzone da intonare. Senza troppe pretese di stile, nonostante ci sia molto lavoro di cesello anche per gli innesti strumentali. A ‘sto giro ho cannato il richiamo allegorico. Niente, non sono riuscito a salire sul treno della comprensione amorfa. Ma, tutto sommato e con altrettanto rispetto, chi se ne frega.

Leggo Archittetto. L’album è prodotto da Cesareo. Automaticamente il pensiero corre verso l’architetto d’Italia per antonomasia, cioè, Luca Mangoni. Sarà una semplicistica correlazione? E porca miseria no. Mangoni c’è. Chicca di corredo per pochi appassionati. Il buono del pezzo è altrove: sollecitato il fattore della cadenza, oltre quello della più ampia veduta di genere lambendo odori disco, ska, rock e pop tutto in rapida e coerente successione. Resta l’apparente idiosincrasia tra ciò che viene suonato e ciò che viene pronunciato. Mettiamola semplice: un criterio non conformato di dichiarare le proprie tesi attraverso la musica.

Simile A Un Morente riprende in qualche modo il discorso del brano precedente. Almeno il titolo fa leva sull’ultima frase di Architetto. Quel che ne deriva in seguito se ne discosta, pur mantenendo la forma in prima persona che ingloba tutta la narrazione de Le Radici Sul Soffitto. Dopo circa venticinque minuti di ascolto la riproduzione soffre non nel tecnico, non nel contesto, non in altro se non nella crudezza dei temi esposti. Rendendo la coda del disco più pesante di quel che realmente è. La frivolezza sonora di alcuni passaggi non riesce a controbilanciare la nebbia fitta di una lirica ricorsiva. Funziona egregiamente a fronte di un guizzo, di una particolare ispirazione. Meno in assenza.

Difatti Figli Della Storia è andata via che è un piacere, in virtù dell’impostazione scorrevole dell’arrangiamento.

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Il punto su Le Radici Sul Soffitto delle Viadellironia.

 

In due parole e senza girarci troppo intorno. Il debutto della band tutta al femminile è ponderato nella forma e nei contenuti. All’orecchio, nella mezz’ora buona di ascolto, non è mancato nulla. Probabilmente l’unica assenza da segnalare è la zampata della tigre sulla voce, giunta prepotente e decisa con Edda e in poche altre occasioni. Non mi aspettavo Mina, ma le canzoni sono intrise di potenzialità, esce fuori come l’acqua bollente da una pentola sul fuoco. Mi aspettavo un quid in più in tal senso. Ma lo stile è qualcosa di personale e in modo soggettivo assimilato, anche in visione degli stati d’animo. L’aria rarefatta e cupa dei testi coesiste col lineamento sonoro per quasi la totale interezza dell’LP. Quando non c’è equilibrio tra le due, però, si percepisce.

Sono curioso di sentire cosa accadrà in futuro.

Mario Aiello