Alla scoperta di “Mephisto Ballad”, il disco firmato Maroccolo/Aiazzi

La verve creativa di Gianni Maroccolo stavolta incontra Antonio Aiazzi, amico da quarant’anni e sodale di musica. Nel ricordo della Mephistofesta  che animò a Firenze il carnevale del 1982 con una performance tra reale e metafisico, l’onirismo ed il teatro espressionista di quell’esperienza cristallizzata nei ricordi dei due prende forma per il disco “Mephisto Ballad”, prodotto per Contempo Records/Goodfellas/Ala Bianca.

Una processione funebre allucinata e lisergica su un tappeto di suoni analogici e nastri rovesciati. È divenuta una “infernal ballad”: una sonata in continuo equilibrio tra passato e presente, tra le oscurità e le penombre di allora e il nero abissale odierno.

Maroccolo presenta così il progetto, ed Antonio Aiazzi incalza:

Ho creato una struttura minimale e ipnotica su cui poter suonare, e d’incanto sono sbocciati nuovi intrecci armonici, diverse melodie, armonizzazioni inaspettate. Poi con Gianni abbiamo messo a fuoco i vari movimenti del pezzo e creato una sorta di “sonata dark” per pianoforti e bassi saturi.

Tutto questo è l’elogio dark di “Mephisto Ballad”, che gli autori ci presentano attraverso questo racconto track by track.

Maroccolo aiazzi

“Mephisto Ballad” – Il track by track di Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi

EFS QUARANTAQUATTRO

Antonio proviamo a farla più lenta dell’originale, molto più lenta.

Così è iniziato Mephisto Ballad. Negli anni ’80 eravamo speed; oggi che la vita viaggia a velocità supersonica, noi dilatiamo battiti e pulsazioni, riscoprendo aspetti della musica a noi cari: la sensibilità del tocco sullo strumento, i piani e forti, le pause, le intenzioni, le cadenze, la ricerca del suono, la bellezza dei poliritmi. Con questo spirito e il desiderio condiviso con Gianni di utilizzare come sonorità portante il pianoforte, abbiamo iniziato a sperimentare su “EFS quarantaquattro”. Ci è parso naturale iniziare proprio da questo brano composto quarant’anni fa per sonorizzare la mitica Mephistofesta, rimasto nella penombra e pubblicato solo in versione ridotta sul primo EP dei Litfiba. Ho creato una struttura minimale e ipnotica su cui poter suonare, e d’incanto sono sbocciati nuovi intrecci armonici, diverse melodie, armonizzazioni inaspettate.

Guardavo le dita che si muovevano quasi in automatico e ascoltavo incredulo. Il flusso si era manifestato e mi ci sono immerso sino a suonare un solo. Poi con Gianni abbiamo messo a fuoco i vari movimenti del pezzo e creato una sorta di “sonata dark” per pianoforti e bassi saturi. Una rivisitazione che crediamo abbia reso più magica ed emozionale la composizione originale. Il nostro è un sincero omaggio al brano storico dei Litfiba. “EFS quarantaquattro” si apre con uno speech tenebroso di Giancarlo Cauteruccio liberamente ispirato al “Faust” di Johann Wolfgang von Goethe. Come un corifeo, egli appare e scompare durante l’opera aggiungendo alla narrazione sonora/musicale quella della parola. (Antonio Aiazzi)

STREBEN

Due anime abitano nel mio petto, l’una si vuol separare dall’altra (J. W. von Goethe).

Ecco le due anime: una lo avvince al mondo sensibile, l’altra lo spinge verso l’infinito e il divino. Appena finito il rework di “EFS quarantaquattro” io e Antonio ci siamo detti: “andiamo avanti, facciamo una lunga ballad che prenda ispirazione da quel periodo; dai film, dai libri, dalla musica che ci emozionavano. Il mistero eterno della lotta perpetua tra bene e male. Il Faust.

Subito è nata “Streben”. L’ universo sonoro diventa devastante: bassi saturi, synth analogici, sequenze anni ’80, distorsioni e gran finale lisergico con le inquietanti chitarre acustiche di Flavio Ferri. Il pezzo è diviso in quattro movimenti e narra i vari stati di esaltazione di Faust di fronte alle molteplici tentazioni di Mephisto. Il dubbio è costante, tutto rimane sospeso. (Gianni Maroccolo)

DET SJUNDE INSEGLET

Intro cinematico e il ricordo di un film: “Il settimo sigillo”. In particolare, il momento della danza macabra. Synth analogici, basso e l’organino malefico di Aiazzi (un po’ in stile “Ci sei solo tu”) che rende ancora più inquietante la danza. Inoltre, un piccolo omaggio ad un gruppo da noi sempre amato: i Tuxedomoon. (Gianni Maroccolo)

DAS ENDE

Un giro armonico di Gianni talmente bello che lo ascolterei per ore. Messe le dita sul piano, sono subito usciti due temi potentissimi, forse i più belli che abbia mai composto, e subito dopo la melodia dell’oboe. Il brano si sviluppa in un lento crescendo in cui sonorità e parti musicali cambiano continuamente. L’attesa dell’esplosione pare interminabile. Arriverà, passando per momenti in cui appaiono mellotron, mandolini, elettronica e loop ritmici grazie al prezioso contributo di Flavio Ferri. Il finale è drammatico e altempo stesso liberatorio: “la fine”, in fondo, è rinascita. (Antonio Aiazzi)

DIE BALLADE VON MEPHISTO

È la visione lisergica di Mephisto Ballad, la title track del progetto. Abbiamo ambientato il tema di pianoforte di Antonio attraversando in cinque minuti gli anni ‘60/’70/’80. Flavio Ferri alle chitarre e ai synth, come ai tempi di Canterbury, fino ad arrivare ad immaginare nel finale Faust che fugge, inseguito da Mephisto/Cauteruccio che lo supplica di vendergli l’anima. Brano da funghetto, insomma. (Gianni Maroccolo)

DIE LASTER*

Il male e il bene: a ciascuno di noi scegliere in quali delle due parti siano. Magari in tutte e due. Uno dei pezzi fondamentali per lo spettacolo che sta nascendo. (Gianni Maroccolo)

MEPHISTO BALLAD

La prima composizione nata per il progetto. Il brano che avremmo suonato insieme a “EFS quarantaquattro” nel dicembre 2020, in occasione della sonorizzazione dedicata agli anni ‘80 fiorentini dal Museo Marino Marini, poi annullata a causa del Covid-19. Se quella sera avessimo suonato, forse tutto sarebbe finito lì, invece di trasformarsi in questo disco. Amo questo brano, la successione armonica e melodica, il tema portante. e soprattutto il poliritmo in 5/4 che lo caratterizza con morbidezza. (Antonio Aiazzi)

DOPPELGÄNGER

“Mephisto Ballad” si chiude con la parola “luce”. Pare che in ciascuno vi siano due “noi” ben distinti, spesso in lotta per prevalere l’uno sull’altro. Non due entità: due esseri umani in uno. Probabilmente è vero e, forse, vale anche per noi. Quando suoniamo insieme è come se fossimo un’unica entità che ospita due “noi” che però non lottano, ma cooperano da una vita in perfetta empatia. Questa entità ci conosce bene, al punto di sapere quasi sempre quali note e suoni arriveranno dall’uno o dall’altro. Il brano che chiude il disco conferma questo nostro comune sentire. Un giro armonico suonato da un simulatore di onde Martenot, un basso, un loop di spazzole, un organo. Ognuno di noi avrebbe potuto comporre le note dell’altro. Un finale di “luce”, con un abbraccio al nostro amato Robert Wyatt. Un grazie di cuore va a Giancarlo Cauteruccio, Flavio Ferri e Lorenzo Tommasini. (Antonio Aiazzi – Gianni Maroccolo)

Giornalista | Creativo | Direttore di Scè da aprile 2018. Collaboro con diverse testate e mi occupo di ufficio stampa e comunicazione digitale. Unico denominatore? La musica.