Bombay Rose, l’animazione targata Bollywood | Recensione

“BOMBAY ROSE”

IL TRAVOLGENTE FILM D’ANIMAZIONE INDIANO TRA LE NOVITÀ NETFLIX 2021

Bombay Rose, disponibile su Netflix dall’otto marzo 2021, è un lungometraggio animato – scritto, disegnato, diretto e montato da Gitanjiali Rao – ambientato nella città di Mumbai in India, che porta, però, ancora il suo antico nome di Bombay.

IL VALORE STILISTICO

 

La talentuosa regista indiana, anche attrice di cinema e teatro e autrice di altri corti animati  – come Printed Raimbow (2006) e True Love Story (2014) da cui ha chiaramente preso ispirazione per lo sviluppo della trama – ha impiegato più di diciotto mesi per completare il suo lavoro e presentarlo al pubblico, curando nel dettaglio disegni, colori, montaggio e dialoghi. Si è avvalsa di un grande team di circa ottanta animatori per mettere insieme ciò che aveva realizzato con le sue mani.

È stato difficile, racconta, trovare chi lo finanziasse e chi avesse fiducia in lei e nella sua personale tecnica rappresentativa. È evidente che si tratta di un lungometraggio originale nello stile. Soprattutto se lo si contestualizza nei miracoli dell’era digitale a cui assistiamo ogni giorno nel mondo del cinema.

Composto da fotogrammi in cui ogni singola inquadratura è dipinta a mano, Bombay Rose è un prodotto unico e riconoscibile nel suo genere, dal forte valore estetico e cromatico, dove i colori rosso e arancione balzano subito all’occhio. Soltanto le scene del passato, in cui si ripercorrono le strade della vecchia Bombay prima dell’urbanizzazione, sono, e non è un caso, in bianco e nero.

Il risultato, frutto di una collaborazione anglo-francese con Cinestaan Film Company, Les Films D’ici, Goldfinch Entertainment e Netflix, è da apprezzare, se non altro per l’enorme lavoro (manuale) che ha alle spalle e per la qualità garantita dall’alto stile pittorico. Adesso spetterà capire in quanti ne riconosceranno il valore, dal momento che l’animazione quasi ipnotica (di circa 93 minuti) corre il rischio di disorientare lo spettatore, poco abituato a uno stile animato così travolgente e delicato.

Bombay Rose

BOMBAY ROSE – UNA TRAMA A PIÙ CHIAVI DI LETTURA

 

Una rosa rossa, simbolo di eleganza, d’amore e si resistenza, tiene unite le fila della trama. In primo piano è raccontata la storia d’amore impossibile tra Kamala e Salim, un’induista e un musulmano, destinati a rimanere separati a causa delle loro origini. Tuttavia, sarebbe banale raccontarla soltanto così. La storia tra gli amanti non è assolutamente l’unica chiave di lettura.

La vicenda della maestra D’Souza ci commuove e contribuisce a creare un velo di malinconia, volutamente creata per rievocare il passato. La “signorina”, ex ballerina di cinema, che ripercorre le strade di Bombay degli anni ‘50 e ’60, è una delle scene più belle e significative. È, infatti, anche una storia e un omaggio ad una città.

Tutto si sviluppa per strada, tra i vicoli indaffarati di Bombay. Il contrasto che si crea con la rappresentazione dell’attuale Mumbai, con i suoi mercati e il nome antico, non è casuale. Gitanjiali Rao sceglie di continuare a chiamarla Bombay come una reazione al fatto che la città cosmopolita, multietnica e accogliente, in cui è cresciuta per quarant’anni, è ancora così. Nonostante lo si voglia dimenticare “trasformandola” in Mumbai, essenzialmente per questioni politiche e non identitarie.

È anche una storia di donne, in cui è rilevante il contrasto tra l’amara società indiana e la realtà immaginaria in cui sogna di vivere la ragazza – che alla fine avrà il suo riscatto, non amoroso, ma personale e familiare.

Si tratta anche di una storia di una città e il suo cinema. C’è anche una certa meta-teatralità nel rappresentare il cinema bollywoddiano e la sua usuale censura delle scene di baci, nonché il riferimento allo stesso nella battuta “Bombay è il paradiso di Bolllywood”.

UN’ORIGINALE STORIA BOLLYWOODIANA

 

Il melodramma può essere inserito all’interno della vasta produzione di Bollywood, ma, sicuramente, spicca per le sue caratteristiche originali e per la sua profondità.

Bombay Rose è un film in linea con il cinema popolare indiano, ma se ne distacca allo stesso tempo: c’è l’ambientazione, le musiche prodotte appositamente per il cinema bollywoodiano, il (solito) dramma amoroso in cui è fondamentale far coesistere realismo e romanticismo, la società corrotta e ostacolante, la rappresentazione dell’identità di un popolo con le sue usanze, i suoi usi e costumi. Non è, però, un musical con scene che si sviluppano con l’avanzare della trama, nonostante la musica sia molto presente. Con Bombay Rose, inoltre, non siamo costretti a subire le solite tre ore di proiezione, come buona parte dei film di Bollywood.

Nonostante si tratti della “solita storia”, riesce ad emozionare particolarmente. A parlare sono soprattutto le scene, le espressioni, i movimenti dei personaggi e i rumori della città. I dialoghi, in lingua hindu e in piccola parte in inglese, sono piuttosto scarsi. Sulle scene più poetiche sono ricorrenti proverbi e musiche indiane travolgenti, come la canzone del fiume Rewa, fino ad aggiungere nel repertorio una versione di Cucurrùcucu Paloma di Caetano Veloso.

Ogni anno Bollywood produce numerosi film, ma quelli che risultano davvero redditizi sono pochi. Se Bombay Rose sarà da aggiungere alla lista dei pochi o meno bisognerà aspettare. Sicuramente porta con sé una sua originalità che ci auguriamo verrà apprezzata.

Claudia Avena