La linguistica di Cosmo in “La terza estate dell’amore”

La bussola artistica di Cosmo è orientata a spostare il limite del perimetro artistico sempre più in là (“più in là, più in là, più giù” cit.); album dopo album, quello che era nato come cantautorato degli anni dieci scevro di strumenti analogici, ma che al tempo stesso non rinunciava alla forza visiva delle parole, si è prestato alle contaminazioni più eterogenee. La forma-canzone si è espansa, diluita fra le composizioni strumentali e suoni sempre più veri nel loro aspetto sintetico.

Una lotta continua ai crismi di genere, che dopo il grande successo commerciale dell’album “L’ultima festa” (certificato disco d’oro, con il singolo eponimo a sua volta disco di platino) ha segnato l’immersione nelle atmosfere da club culture di “Cosmotronic” e la risalita verso una trascendenza fra umano e sensoriale nel più recente “La terza estate dell’amore”.

Il quarto episodio discografico dell’artista eporediese ha visto la luce dopo un instant-happening diventato virale e senza troppe menate promozionali a corredo, perché (solo teoricamente, ma ne parleremo dopo) non c’è neanche un singolo a trainare l’elaborato complessivo.

L’elemento cruciale attorno al quale ruota l’intero concept è sicuramente il manifesto, a metà fra dichiarazioni d’intenti artistici e atto ideologico/politico, che l’uomo, prima ancora della persona pubblica, ha firmato e diffuso in risposta a questi tempi di party via Zoom (per quanto divertenti).

La terza estate dell’amore è una pernacchia in faccia a chi nega l’essenzialità della festa e dello spirito di comunità. Non ce ne facciamo niente delle città cadavere, luoghi di morte dell’anima e del corpo.

Le vogliamo cambiare.

Questo messaggio è dedicato a chiunque si sia visto rubare tutto il tempo migliore della propria vita; a chi crede nell’aggregazione e nello spirito di comunità; a chiunque voglia prendere questa grande macchina e sedersi accanto al pilota per farla rallentare, sostare, ripartire quando è il momento.

 

Il muro del suono made in Ivrea non prescinde dalla forza delle parole: queste riportate sono solo alcune del manifesto che abbiamo diffuso in forma integrale. E la componente testuale, nelle dodici canzoni, punta a far scattare quel click nell’intimo del singolo per scatenare una presa di coscienza collettiva.

Questa la sostanza. Ma come vedremo, è la forma ad essere cambiata.

La linguistica di Cosmo in “La terza estate dell’amore”

 

Un amico scrittore affermato vale quanto due esami.

(Door Selection)

Marco Jacopo Bianchi è una persona di cultura e di insegnamento, prima ancora che un musicista. È di certo una persona che scrive, e proprio in questi giorni che segnano il decennale dell’esordio discografico de I Cani la mia (personalissima) analisi viene rafforzata da quella citazione: come minimo, spero di lasciare qualche spunto buono per i vostri esami di linguistica all’università.

Riconosco di sentirmi sempre meno dentro questa cosa del pop: penso che il divertimento stia altrove, non nel cercare di accontentare determinati standard.

Questo estratto da un’intervista permette di comprendere come è stato approcciato il songwriting per “La terza estate dell’amore”: il garbo popular non te lo scrolli di dosso, ma certamente si possono fare scelte più istintive, dettate da una estemporanea ed impercettibile variazione emotiva. Ad una sensazione che si tramuta in atto comunicativo.

Ecco quindi che i titoli diventano spasmodica reiterazione avviluppata durante l’intera durata delle tracce: “Puccy Bom” ritorna circa quaranta volte e “Fuori”, nel mentre dell’ascolto, viene scandito in featuring con Silvia Kostance in settanta occasioni. È molto più di quel cesello da SEO che le etichette discografiche stanno apponendo sui testi degli artisti di primo pelo; in questo caso, le keyword vengono ridotte all’osso perché devono trapanarti il cervello; il magma concettuale di ogni brano è nuclearizzato perché nulla è immediato come una singola parola che bombarda su 4/4 primordiali.

Siamo distanti anni luce dai barocchi arzigogoli di Il più grande dovere del pensiero / trascurato per lo spostamento d’aria / di un’esplosione devastante nello stomaco”: per quanto sia innamorato delle formule presenti nel disco d’esordio “Disordine”, non posso fare a meno di accettare ed accogliere di buon grado l’evoluzione sempre più fast del registro espressivo. Le quantità sono più asciutte, ma quando c’è da scavare nella profondità dei significati se ne esce sempre devastati. Probabilmente anche in misura maggiore rispetto a quando le parole abbondavano.

Cosmo

Sono un mistero custodito nel bosco / sono te, che nemmeno ti conosco

(Noi)

Il nuovo assetto del cosmo, in ogni caso, non rinnega quei valori fondanti come la famiglia, nel rapporto con la compagna ed il processo di crescita dei pargoli (che ora sono tre, con l’aggiunta di Linda Futura, che già dal nome è una galassia di riferimenti artistici).

Da un inciso carico all’inverosimile di pathos (Impossibile) si passa ad un complimento candido e genuino come “sei fresca”. “Gundala” sperimenta come si riesca a cantare con la testa appoggiata ad una mano nella tipica posizione dello studente annoiato mentre raccoglie su due strofe diapositive della vita da padre; in “Mango” si concretizza il divertissement del nosense col primogenito Carlo Adriano che storpia un refrain già di suo…bizzarro.

Ho un amico che bullizza l’algoritmo / ritmo loco, contorsionismo

 

Gusto per le allitterazioni, per un dinamismo che lascia anche spazio alle aperture di porte sensoriali: nessuno mi toglierà dalla testa che “La cattedrale” è una grossa metafora attorno al consumo delle droghe e delle percezioni aumentate che ne scaturiscono. Sul versante che afferisce maggiormente i dintorni dell’anima, “Vele al vento” è una preghiera lisergica per un popolo libero, migrante e condannato (purtroppo La musica è illegale), suoni mediterranei per un’invocazione che lo sciamano dell’amore replica venti volte.

Gli artifici da giocoliere per incastrare numeri e parole sono un bellissimo ricordo: la prima cosa che ti insegnano a comunicazione è che “less is better”, una lezione che Cosmo sembra aver abbracciato in modo radicale. “La terza estate dell’amore” è un atto costitutivo dove l’inno nazionale è solo batteria. Naturale, quindi, che sia tutto viscerale, a tratti arcaico nella sua purezza e proiezione verso gli elementi.

Cosmo

Il manifesto politico di Cosmo…con un’incongruenza

 

Voglio trascinare le persone senza per forza seguire lo schemino criptofascista della canzone pop.

I dialoghi delle settimane scorse che Cosmo ha intrattenuto con stampa e dimensione social sono pieni di affermazioni come questa. Frasi incisive, piene di coraggio ed ardimento, proprio in una fase della storia discografica segnata da una significativa transizione. “La terza estate dell’amore”, infatti, è pubblicato da Columbia, l’affiliata di Sony che è a tutti gli effetti la nuova etichetta dell’artista che viene da Ivrea.

Questo significa che la 42Records, ed Emiliano Colasanti in prima persona, hanno fatto un passo a lato, “accontentandosi” di concentrare le proprie risorse sul management dell’artista e sul rinforzo alla promozione dell’album. Terza identità di questo sforzo di music business è il collettivo Ivreatronic, che alla fine è parte integrante del capitale umano intorno a Cosmo. Fatta chiarezza su chi (e cosa) c’è dietro “La terza estate dell’amore”, è effettivamente vero che queste canzoni serpeggiano il sottobosco tra pop ed elettronica rifiutando la struttura lineare del brano pop.

Ma è anche vero che il singolo c’è.

“La musica illegale” è a tutti gli effetti una canzone pop: per lunghezza in termini di minuti e per alternanza strofa-ritornello-strofa-ritornello-special-ritornello. È stata rilasciata proprio il 21 maggio come singolo, con tanto di radiodate e comunicato stampa. Non è stato reso noto (almeno fino ad ora) nessun videoclip, e di certo non imputiamo qualsivoglia forma di incoerenza. Più che altro, è significativo notare come anche una produzione dai toni marcatamente (per bocca del diretto interessato) antipop debba almeno un minimo prestarsi ad atti di diplomazia verso i propri investitori.

Frega poco e si perde tutto nel fragore di un

Badabango, un gelato al mango
Poi magari cambio, e mi mangio te, na na na na, eh

Giornalista | Creativo | Direttore di Scè da aprile 2018. Collaboro con diverse testate e mi occupo di ufficio stampa e comunicazione digitale. Unico denominatore? La musica.