Una passeggiata nel “Vico dei Giganti” di Domenico Rega

Si potrebbe liquidarla con piaggeria giornalistica, parlando di come il tempismo di questo articolo assecondi le coincidenze con un anniversario di assoluta importanza nel contesto della trama, ma la realtà dei fatti è ben altra. Con notevole ritardo – imputabile alle più disparate eventualità – ho terminato la lettura di “Vico dei Giganti”, la più recente opera firmata da Domenico Rega per ST Edizioni.

Sia chiaro: neanche una virgola di questo libro è colpevole del (lungo) tempo impiegato per concluderlo, anche perché se è giunta la segnalazione al Premio Italo Calvino un motivo ci sarà. Accingiamoci a scoprirlo nelle prossime righe.

“Vico dei Giganti” – La sinossi del libro di Domenico Rega

 

Lo scritto, composto di circa 330 pagine, ruota attorno alle vicende di Andrea Nunziata, studente di giurisprudenza a Napoli che si trova a fare i conti con le sberle che gli riserva la sua giovane esistenza; causa scatenante (cherchez la femme!) è la rottura con la storica fidanzata Simona, che nel frattempo si è infatuata di Primo, rampollo della classe politica locale.

Da qui, crisi, viaggi, incontri, rivoluzioni (supposte quanto effettive) ed evoluzioni del protagonista, che nel suo percorso trova importanti amicizie e nuovi luoghi da vivere. Abbandona infatti la vita da pendolare per accasarsi a Napoli, nell’appartamento studentesco sito in Vico dei Giganti (che esiste per davvero); Elia, Sebastiano, Dolce e il Guardio saranno i suoi compagni di avventure, oltre a svariati esemplari della caleidoscopica umanità forgiata dal ventre di Partenope.

L’inizio del Terzo Millennio è foriero di importanti spaccature, nella visione globale della società quanto nel personale: Andrea se ne troverà immerso fino al collo, in un’estate resa ancora più rovente dal G8 che ha sede a Genova (il cui  ventennale è da poco trascorso, capite che scusone ho deciso di non giocarmi?). Da ragazzo di provincia con relazione stabile, il nostro si catapulta nella big city life con l’unica certezza del precariato assoluto (nel lavoro come nei sentimenti), cercando di lasciarsi alle spalle un passato da ragazzo per concretizzare un futuro da uomo.

Sarà vera gloria? Al termine della lettura l’ardua sentenza.

Domenico Rega - Vico dei Giganti

“Vico dei Giganti”, un commento

 

Il classico impianto narrativo del romanzo di formazione scende a patti con la personalità di Domenico Rega, tanto abile con le parole scritte quanto piacevole negli incontri in prossimità di un bancone. La risultante è una prosa di carattere e caratteristica, dove anche i momenti più introspettivi (conditi da riflessioni di spessore socio-filosofico) vengono saggiamente ponderati in un quadro più ampio di narrazione orientata alla scorrevolezza.

L’italiano incontra espressioni idiomatiche e incursioni dialettali che mi riportano alla mente “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”; oltre alle commistioni linguistiche e la presenza femminea che incasina (mi ripeto: cherchez la femme!) la vicenda, un punto di avvicinamento sta proprio nel concreto della toponomastica: tra la napoletana Vico dei Giganti e la capitolina Via Merulana la distanza sta tutta…nell’assenza di un evento delittuoso che porterebbe a svoltare verso il giallo.

Andrea, invece, reati non ne compie; finisce comunque per avere rapporti poco amichevoli con le forze dell’ordine. Anche nei momenti più tesi e convulsi, Domenico Rega amplifica le voci della coralità regalando, soprattutto nei passaggi che preparano ad importanti sviluppi, scambi di battute di stampo performativo, come se il libro tra le nostre mani fosse già pronto e confezionato per un adattamento visivo. Ogni personaggio ha il suo idioletto ben definito, arricchito da un preciso impianto citazionistico atemporale, che per scelta della mente creativa dietro l’opera non vive dei soli riferimenti imputabili fino al 2001 (anno di svolgimento della trama).

La leggerezza di una pesante evoluzione

 

Nel sottotitolo “Amori, rivoluzione ed altre quisquilie” c’è la precisa (a tal punto, badare bene ai plurali ed al singolare del precedente virgolettato) manifestazione d’intenti che anima l’intero romanzo: si dichiara guerra alla leggerezza minandola dall’interno, e tra le pagine ci finisce tutto quello che rappresenta un processo di maturazione basato sul quotidiano, dal puro cazzeggio alle sacrosante increspature pruriginose di un ragazzo poco più che ventenne. È reale.

Nun saccio maje si aggio avuto custanza.

Un romanzo ha, giustamente, lo scopo di coinvolgere. Per un attimo mi presto al gioco testuale di “Vico dei Giganti” dedicandomi questa citazione da “La costanza” dei 24 Grana: la risposta è no, almeno ora come ora ho dimostrato di non avercela, la costanza.

Eppure questo libro si introduce in punta di piedi e di certo non si perde tra le sabbie della memoria, simbolo di un prodotto editoriale valido, robusto, e che merita un rapporto continuativo ma regge con validità anche una relazione più diluita (magari tutto ciò valesse anche con alcune persone!).

La storia di Andrea è tanto intima quanto condivisibile dalla grande maggioranza di lettori; non si tratta del mero riconoscersi nel protagonista, ma nella dinamica universale di ripercorrere le tappe che ci hanno portato a vivere il nostro presente. Abbiamo tutti delle vittorie fugaci e delle brucianti sconfitte, persone perse, poi ritrovate, poi perse di nuovo e ancora siamo qui a sperare un giorno che le reincontreremo. Nonostante le sberle citate in apertura, esserci è un atto reazionario di conclamata importanza.

Vico dei Giganti può essere ovunque, “Vico dei Giganti” può piacere a ognuno.

Non so nemmeno se ci sia più qualcosa per la quale valga la pena credere. O forse sono io che non voglio più credere in nulla per la paura di restare deluso.

“Vico dei Giganti”, p. 257

“T.S.O.” di Roberto Addeo, il libro giusto al momento giusto.

Giornalista | Creativo | Direttore di Scè da aprile 2018. Collaboro con diverse testate e mi occupo di ufficio stampa e comunicazione digitale. Unico denominatore? La musica.