Gianni Maroccolo: il tarlo della follia nella mente di Alone Vol. IV

Gianni Maroccolo ritorna a sei mesi esatti di distanza dal terzo appuntamento col suo album perpetuo. Alone Vol. IV è uscito infatti il 17 Giugno per Contempo Records. Nove canzoni più una che si differenziano dalla precedente esperienza sia per quantità della proposta che per varietà della stessa. Il Vol. III è stato un concept racchiuso in due atti anticipati da un’introduzione. Alone Vol. IV, invece, ha una “struttura disco” più canonica, impreziosito come sempre dalle grafiche di Marco Cazzato ed ispirato (anche) dai racconti di Mirco Salvadori. Per la serie: “squadra che vince non si cambia”. Come dargli torto.

Alone Vol. IV: dalla libellula al tarlo. Da un insetto elegante ad uno grezzo ma determinato.

Stavolta Gianni Maroccolo sceglie come animale emblema della produzione il tarlo. L’insetto prende il posto in tutto e per tutto dell’ormai lontana libellula che ci aveva fatto compagnia a Dicembre. Il tarlo come metafora di perseveranza, a volte malata, di qualcosa che con costanza indefinita si dedica ad uno scopo facendosi strada lentamente. Questo per quanto riguarda il senso figurato. Dall’altra parte analogia di un cuneo ostinato, veicolo di follia. Non a caso l’insania è tema cardine dell’opera. Sottotitolo: mente. Il rapporto musica/coinvolgimento psicologico sarà ampiamente descritto nei tre quarti d’ora circa di riproduzione con punte di sublime efficacia.

Dal punto di vista squisitamente tecnico il disco gode di vere e proprie collaborazioni imprescindibili. Sezionare il resto sarebbe irrispettoso quanto inutile. Il lavoro a braccetto con artisti di alto profilo ha contribuito fattivamente alla forma sonora ed emotiva dell’opera. Cercheremo di tributare ad ognuno di loro il giusto spazio durante la consueta disamina delle tracce.

Gianni Maroccolo
Gianni Maroccolo – ph. Tiziana Teperino

Il quarto atto dell’album perpetuo di Gianni Maroccolo segna il giro di boa. Cosa lo accomuna ai suoi predecessori? Cosa ci attende nella seconda metà del viaggio?

L’album perpetuo di Gianni Maroccolo ci ha fin qui insegnato che non esiste un vero e proprio genere in cui può essere rinchiuso.

Alone Vol. IV non fa eccezione e, anzi, riesce in qualche punto a espandersi ancora di più. Se non nel merito puramente stilistico, sicuramente in quello idealistico. La componente “suonata”, come da prassi è la matrice “reale” attorno alla quale viene finemente edificato l’arrangiamento. Ora con sfumature new wave, ora ambient, ora electro. Per dovere di cronaca, ma pare di scoprire l’acqua calda, il fattore elettronico sarebbe comprimario certo e certificato comune a tutti brani. Tuttavia ho voluto sottolineare il lavoro certosino del musicista (e di tutti gli artisti che in coro hanno suonato per e con il buon Marok) in senso stretto. Riesce meglio quando si offre l’immagine di uno strumento tipico su cui calamitare le attenzioni. Beh, quello strumento canonico è chiaramente il basso. Fedele e immancabile arma bianca dell’autore. Il futuro è da scoprire.

Si comincia: Alone Vol. IV traccia per traccia.

T.S.O. X è un titolo che lascia poco all’immaginazione. L’album si concentra sul tema della follia.

Quale rappresentazione è più immediata di un trattamento sanitario obbligatorio? Di primo acchito nessuna. Brano lungo e scomposto in tre parti: Stanza 9, Finisce Male e Suicide. Qualora qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio, eccolo accontentato. Le fasi sono distinte ma contigue. Prima l’isolamento, poi la disperazione ed infine l’abbandono. In suoni si traduce con un principio di segregazione definito dalla costante musicale quasi distopica. Una sorta di jingle da sala d’attesa psicotica, tenebrosa ma dinamicamente isterica. Segue il mood imperioso della batteria domata da Luca Martelli in un ritmo incalzante e viscerale. Su questo tappeto si adagia la lunga lista di introspezioni cantate da Giorgio Canali, mentre il raccordo elettronico è affidato a Flavio Ferri. L’ultimo momento è un crescendo in musica ma un “calando” nelle emozioni: l’attimo di terrificante calma in cui ci si abbandona completamente alla follia e, in questo caso, lasciarsi alla morte.

Sognando non è operazione nostalgia, l’opposto. La canzone è stata resa celebre dall’immensa Mina a metà anni settanta. Fu scritta da Don Backy, che oggi gli ridà voce assieme a Stefano Rampoldi in arte Edda, e con Gianni Maroccolo assume nuova linfa. Il dualismo vocale dei due interpreti canori enfatizza il sentimento di isolamento, proponendo una chiave di lettura contrapposta (ma armoniosa) tra le due personalità.

La scomposizione progressive dell’introduzione di Echi ne sottolinea il fare incerto e destabilizzato che vuole specificare. Le ripetizioni, i fraseggi dilatati, la costanza imperitura di determinati suoni oltre il tempo, fungono da triade sul quale si fonda il concetto di “eco” tratteggiato in modo esemplare. Ne deriva una realtà distorta che muta percettibilmente dalla seconda metà in avanti, acquisendo inerzia come fosse su una rampa di lancio curva.

E Mentre Tu Giri, Giri e Giri, Io Ti Guardo è l’unica canzone di Alone Vol. IV che si possa definire canonica. Anche gli interpreti strumentali sono facilmente riconoscibili. In questo caso la chitarra acustica ci fa da Cicerone mentre percussioni, voci e contrappunti di arpeggi formano la componente puramente emotiva. Il factotum dietro tutto questo è Umberto Maria Giardini. Applausi a scena aperta, mentre m’immagino Gianni Maroccolo che si bea sotto la barba in fase di acquisizione. Col senno del poi il pezzo rappresenta l’attimo di tregua e immobilità poco prima che arrivi la tempesta. Sembra scritto e suonato tenendo a mente il principio della scala shepard, ovvero i momenti armonici e melodici che ascendono continuamente senza mai risolvere. Molto, molto interessante.

Gianni Maroccolo - Alone Vol IV

La follia delineata in Alone Vol. IV trova anche risvolti storiografici. Perché le testimonianze di coloro che ne hanno subito la crudezza sono grida vibranti che trascendono il tempo.

Il suono di gocce d’acqua che cadono può essere avvilente, fateci caso. Quando diventa ossessivo e interminabile, cosa può scaturire nelle menti disequilibrate (o rese tali dalla coercizione)? Comincia così Lettera Di Ida Dalser, la donna che ebbe una relazione con Benito Mussolini e gli diede anche un figlio. Il testo è ispirato dalla corrispondenza di lei negli anni di reclusione forzata per fini di recupero psichiatrico imposti con la forza dall’allora primo ministro italiano. Le torture che la Dalser dovette subire furono disumane, qui sviscerate dalla voce di Giorgio Canali. Il senso di grottesca impotenza è palpabile e sull’argomento si aprirebbe un dibattito che non può avvenire adesso. In musica si può notare un quid di arabesco durante la traduzione in chiave elettronica. Tanto basta per fare avviare il climax. Esperimento riuscito sotto ogni punto di vista.

La collaborazione col polistrumentista Mauro Teho Teardo e la violoncellista Laura Bisceglie ha dato i natali a Hotel Dieu. L’apporto dei due artisti è calzante quanto ispirato. Il basso di Gianni Maroccolo è predominante e gira su un riff in loop mentre il resto è un elegante sussurro generato per inglobare un momento specifico e dilatarlo mentalmente. Da una parte l’approccio tra synth e “diavolerie” del genere, dall’altra il suono caldo e “materico” del violoncello, entrambi in marcia verso la catarsi.

Ogni Luce è delicato e robusto allo stesso tempo. Piano e voce, e che voce. L’Aura se non esistesse bisognerebbe inventarla per farle interpretare questo brano: le parole che sulle prime quasi si “rompono”; le basse frequenze rigorose e piene; il registro alto a portata di mano e colpito come un cecchino infallibile. Questa è solo la parte tecnica che ha portato in dote la brava cantante bresciana. Il resto è amore a primo ascolto. Complice anche un rigo melodico ben congeniato.

Ogni luce è Dio. Un ritorno eterno”. In questo ultimo passaggio della lirica, estromettendo per un momento il concetto comune di Dio e riprendendo i passi del testo, ci troviamo davvero di fronte ad un sunto del pensiero nietzschiano sulla ciclicità del medesimo. Come d’altronde viene suggerito nel comunicato stampa. Ecco, io di default non credo a ciò che viene scritto in questi utilissimi fogli, preferisco dare credito alle mie orecchie e verificare di persona, ma stavolta l’iniziale perplessità si è via via trasformata in certezza. L’eterno ritorno dell’uguale è pertinente oltre ogni ragionevole dubbio, anche se la canzone fa riferimento ad un tempo immobile. Ci passiamo sopra. Intimismo fatto musica. Le parole descrizione di sopita consapevolezza. Tenue. Espressione che cerca di concretizzarsi.

Gamma. Tappeto rosso, con tutti i crismi del caso, per il brano successivo. Spiazzante l’idea di dividere i due minuti e mezzo in due tranche distinte.

Sociopatia è tatticamente la canzone che conclude l’esperienza di Alone Vol. IV anche se tecnicamente sarebbe al penultimo posto. Titolo azzeccatissimo: la base sonora pare poter dare il via, in qualsiasi momento, ad atteggiamenti di natura estrema. Non necessariamente azioni, meglio dire “concezioni”. I campionamenti sono di Matilde Benvenuti.

In ultimo ma non per ultimo Ogni Luce Theme che altro non è che la base di Ogni Luce spogliata della regina, cioè della voce di L’Aura, al fine di restituire al pezzo ancora qualcosina per chi non ha saputo distogliere l’attenzione dalla lirica. Ora costoro potranno sentire in modo appropriato tutto il resto.

Gianni Maroccolo
Gianni Maroccolo – ph. Tiziana Teperino

Gianni Maroccolo: Alone Vol. IV

Il tarlo è allegoria pura e cruda. Potente. L’idea di un qualcosa che battente e senza sosta si fa strada chissà dove, si può riscontrare quasi ovunque in Alone Vol IV. Gianni Maroccolo ha addirittura centrato un tema attualissimo, tra gli altri: l’isolamento. I rimandi tra reclusione e quarantena per Covid sono, per tutti noi in questo momento storico, quasi automatici. Certo la natura è ben diversa ma meglio non essere troppo superficiali. La follia si percepisce tutta. Sia la sfumatura puramente patologica che l’idea di ribellione esasperata nei confronti di una norma che genera insofferenza.

Musicalmente c’è poco da dire, opera con un valore specifico altissimo. Sarà dura per Marok mantenere questo standard da qui fino all’ultimo volume dell’album perpetuo. Le aspettative, mentre ci godiamo questo gioiello, ormai sono altissime e mancano due anni, più o meno, alla conclusione del progetto Alone. Speravo la fine fosse più lontana.

Mario Aiello

Gianni Maroccolo: il tarlo della follia nella mente di Alone Vol. IV ultima modifica: 2020-06-24T13:31:58+02:00 da Mario Aiello